Su Agorà di questa settimana (numero 9 del 27 febbraio) è uscita una recensione di Pina Freni su “Lo spergiuro del gallo”. Eccola:
Era la fine dell’estate, quando Saverio Vasta è venuto a trovarmi, facendomi dono del suo libro. Ho iniziato subito a leggere le poesie, immergendomi in esse, aiutata anche dal tempo propizio: l’atmosfera cominciava a rarefarsi, la strada si era fatta più silenziosa, e, presa dalla qualità della scrittura, ho letto le poesie con sempre crescente interesse. Si tratta di una silloge in cui poesia e filosofia si intrecciano in perfetta simbiosi.
Il titolo è un verso tratto dal testo che apre la raccolta e che può essere considerato una sorta di manifesto programmatico, non solo della poetica dell’autore, ma anche della sua dimensione umana ed esistenziale. In esso l’autore enuncia il suo impegno a rimanere fedele, fuggendo ogni possibile tentazione o compromesso, a quell’autenticità dell’ Io, a quel bisogno di “senso”, oggi compromessi in una società dominata da falsi miti. Con alcuni pensatori dell’esistenzialismo e soprattutto con G. Marcel, Vasta condivide la caratterizzazione dell’esistenza come impegno a non accettare la situazione umana come destino, ma a ricrearla continuamente dall’interno, e per far questo si serve del linguaggio poetico. La scrittura diventa un atto d’amore, di dedizione, non condizionato da ideologia alcuna, sorretto unicamente dal bisogno di fare della poesia strumento di ricerca della verità. La ricerca della verità non ammette pause né fa sconti, e il poeta questo lo sa. Sa che è imperdonabile ingenuità/ sguarnire la retrovia/ mentre sferri l’attacco, e confessa: ho accudito le tue scale/ non ho perso un gradino; … ho contato la tua eredità/ da fondo a cima. Sa che la parola è inadeguata, soprattutto in una società dominata dai mezzi di comunicazione di massa, in cui il linguaggio si è desertificato, divenendo lingua morta. Con sottile ironia infatti scrive: prendila in castagna/ la lettera tonda/la sillaba spoglia/la parola stagna. Come Vincenzo Leotta ne “Le parole da noi tradite”, anche Saverio Vasta affida alla poesia il compito di ritrovare il senso autentico delle parole, per ridare voce all’oralità e all’ascolto, realizzando quanto, in più di uno scritto, auspica il filosofo Habermas: la fondazione di un dialogo collettivo vero strumento di comunicazione tra gli uomini. Per compiere questa operazione Vasta utilizza, talvolta, termini matematico-geometrici: uno, zero, cerchio, circonferenza, tangente. Simboli, cifre che si rivestono di un sovrasenso ontologico, che ci fanno ripensare ai pitagorici e al neoplatonismo, ma che nello stesso tempo confermano l’attualità della sua poesia: il festival della filosofia tenutosi a Pavia di recente ha avuto come tema il rapporto tra musica, poesia e matematica. La ricerca della verità si fa dunque ricerca di “senso”: è allora che m’aggrappo/ alla ferrosa ancora del senso, si fa meditazione sulla realtà: e interrogo quest’anima/ sul mistero celeste (e il mistero si legge in chiave ontologica) e insieme introspezione, scavo nei meandri più profondi dell’anima: essere in ogni punto/ […] il dritto e il rovescio/ di noi stessi. Arduo è, comunque, il tentativo di definire una realtà in continuo divenire: passano le cose senza ritorno; tutto brucia in fretta, scrive il poeta; la vita è un viaggio spesso a ritroso: è la terra che ci viene dietro, un “nostos” che, come scrive il saggista triestino Claudio Magris, ci spinge sempre “oltre” Itaca: non c’è Appia che torni a Roma (leggiamo nei versi dell’autore), il ritorno è un cerchio che si ricompone/ in una sola mano/ e poi precipita in pulviscolo di punti. Con lucida razionalità Vasta esprime nei suoi versi, in una accezione nicciana, la dimensione tragica dell’esistenza, la consapevolezza della caducità della vita (anche i passeri cadono/ e le foglie), la sofferenza e il dolore (e mi domando se c’è dolore/ che meriti decoro/ e altro cui avanza la sopportazione), la conflittualità dialettica tra la poesia e il poeta (il poeta non dice il vero/ fraintende), senza comunque mai approdare ad una soluzione nichilista, a quel nichilismo di cui è intrisa tanta letteratura contemporanea. Nessuna rinuncia, infatti, nessun cedimento; il poeta trova la forza di continuare ad ordire e scucire la tela di ogni tempo […] per repellere i proci; a salire a passi smilzi l’imbuto capovolto, preferendo, ancora una volta niccianamente, ai verdi pascoli, cioè ad una poesia di connotazione idillica, il vino scabro/ il ditirambo. Il bisogno di cogliere l’essenza più profonda della vita, delle cose, del mondo, si ritrova anche in quelle poesie in cui si rintraccia un riferimento biografico (Sartoria: hanno altre forme/ ferro e fuoco fuori di metafora; Risonero: composto attendi/ il pagano sacramento/ del nostro dolceamaro Natale; Faville di Natale: il tempo piove fuliggine/ l’anima, assorta, balbetta), in quelle in cui ci fa assaporare la bellezza della nostra isola (E l’azzurro ti sprofonda dentro, … e spruzza d’indaco le Eolie/ prima che il buio le accenda/ a forma di spillo), anche se con rabbia ne denuncia l’amara desolazione: è corrotta di sabbia/ questa terra. E ancora in quelle in cui con sofferta malinconia dà voce al malessere esistenziale (e si pianse sui propri) sogni e cosmico (è un respiro affannoso questo tempo). In una società caratterizzata da un continuo processo di eclissi dei valori, di disorientamento collettivo, in cui tanti giovani (dentro il bicchiere occhi appagati/ finestre liquide di questa umanità) si rifugiano nell’alcool o nella droga per sentirsi vivi, il poeta trova nella poesia l’ancora cui aggrapparsi per non precipitare nella vertigine del baratro, sorretto dalla certezza che sempre un papavero […] svetta, il sangue in testa, oltre la siepe d’ossa. Tutta la silloge rivela un’indiscutibile unitarietà tematica e si carica di una forte valenza esistenziale ed etica. Biagio Marin scriveva: “La poesia rappresenta la salvezza della vita, il respiro che la avvolge e la protegge”. E Marina Cvetaeva: “Se il poeta sa ascoltare il battito del suo tempo, (e questo Vasta sicuramente sa farlo), diviene non solo specchio, ma scudo dei suoi anni”. Auguro al nostro giovane poeta che mai la sua penna si svuoti d’inchiostro, e se verrà la “stagione del silenzio”, essa sia solo una pausa dalla quale nascano tante nuove stagioni ricche di frutti.





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