Sul settimanale Agorà recensione di Pina Freni su “Lo spergiuro del gallo”

•Marzo 2, 2009 • Lascia un Commento

Su Agorà di questa settimana (numero 9 del 27 febbraio) è uscita una recensione di Pina Freni su “Lo spergiuro del gallo”. Eccola:

agora-lo-spergiuro-del-gallo2Era la fine dell’estate, quando Saverio Vasta è venuto a trovarmi, facendomi dono del suo libro. Ho iniziato subito a leggere le poesie, immergendomi in esse, aiutata anche dal tempo propizio: l’atmosfera cominciava a rarefarsi, la strada si era fatta più silenziosa, e, presa dalla qualità della scrittura, ho letto le poesie con sempre crescente interesse. Si tratta di una silloge in cui poesia e filosofia si intrecciano in perfetta simbiosi.

Il titolo è un verso tratto dal testo che apre la raccolta e che può essere considerato una sorta di manifesto programmatico, non solo della poetica dell’autore, ma anche della sua dimensione umana ed esistenziale. In esso l’autore enuncia il suo impegno a rimanere fedele, fuggendo ogni possibile tentazione o compromesso, a quell’autenticità dell’ Io, a quel bisogno di “senso”, oggi compromessi in una società dominata da falsi miti. Con alcuni pensatori dell’esistenzialismo e soprattutto con G. Marcel, Vasta condivide la caratterizzazione dell’esistenza come impegno a non accettare la situazione umana come destino, ma a ricrearla continuamente dall’interno, e per far questo si serve del linguaggio poetico. La scrittura diventa un atto d’amore, di dedizione, non condizionato da ideologia alcuna, sorretto unicamente dal bisogno di fare della poesia strumento di ricerca della verità. La ricerca della verità non ammette pause né fa sconti, e il poeta questo lo sa. Sa che è imperdonabile ingenuità/ sguarnire la retrovia/ mentre sferri l’attacco, e confessa: ho accudito le tue scale/ non ho perso un gradino; … ho contato la tua eredità/ da fondo a cima. Sa che la parola è inadeguata, soprattutto in una società dominata dai mezzi di comunicazione di massa, in cui il linguaggio si è desertificato, divenendo lingua morta. Con sottile ironia infatti scrive: prendila in castagna/ la lettera tonda/la sillaba spoglia/la parola stagna. Come Vincenzo Leotta ne “Le parole da noi tradite”, anche Saverio Vasta affida alla poesia il compito di ritrovare il senso autentico delle parole, per ridare voce all’oralità e all’ascolto, realizzando quanto, in più di uno scritto, auspica il filosofo Habermas: la fondazione di un dialogo collettivo vero strumento di comunicazione tra gli uomini. Per compiere questa operazione Vasta utilizza, talvolta, termini matematico-geometrici: uno, zero, cerchio, circonferenza, tangente. Simboli, cifre che si rivestono di un sovrasenso ontologico, che ci fanno ripensare ai pitagorici e al neoplatonismo, ma che nello stesso tempo confermano l’attualità della sua poesia: il festival della filosofia tenutosi a Pavia di recente ha avuto come tema il rapporto tra musica, poesia e matematica. La ricerca della verità si fa dunque ricerca di “senso”: è allora che m’aggrappo/ alla ferrosa ancora del senso, si fa meditazione sulla realtà: e interrogo quest’anima/ sul mistero celeste (e il mistero si legge in chiave ontologica) e insieme introspezione, scavo nei meandri più profondi dell’anima: essere in ogni punto/ […] il dritto e il rovescio/ di noi stessi. Arduo è, comunque, il tentativo di definire una realtà in continuo divenire: passano le cose senza ritorno; tutto brucia in fretta, scrive il poeta; la vita è un viaggio spesso a ritroso: è la terra che ci viene dietro, un “nostos” che, come scrive il saggista triestino Claudio Magris, ci spinge sempre “oltre” Itaca: non c’è Appia che torni a Roma (leggiamo nei versi dell’autore), il ritorno è un cerchio che si ricompone/ in una sola mano/ e poi precipita in pulviscolo di punti. Con lucida razionalità Vasta esprime nei suoi versi, in una accezione nicciana, la dimensione tragica dell’esistenza, la consapevolezza della caducità della vita (anche i passeri cadono/ e le foglie), la sofferenza e il dolore (e mi domando se c’è dolore/ che meriti decoro/ e altro cui avanza la sopportazione), la conflittualità dialettica tra la poesia e il poeta (il poeta non dice il vero/ fraintende), senza comunque mai approdare ad una soluzione nichilista, a quel nichilismo di cui è intrisa tanta letteratura contemporanea. Nessuna rinuncia, infatti, nessun cedimento; il poeta trova la forza di continuare ad ordire e scucire la tela di ogni tempo […] per repellere i proci; a salire a passi smilzi l’imbuto capovolto, preferendo, ancora una volta niccianamente, ai verdi pascoli, cioè ad una poesia di connotazione idillica, il vino scabro/ il ditirambo. Il bisogno di cogliere l’essenza più profonda della vita, delle cose, del mondo, si ritrova anche in quelle poesie in cui si rintraccia un riferimento biografico (Sartoria: hanno altre forme/ ferro e fuoco fuori di metafora; Risonero: composto attendi/ il pagano sacramento/ del nostro dolceamaro Natale; Faville di Natale: il tempo piove fuliggine/ l’anima, assorta, balbetta), in quelle in cui ci fa assaporare la bellezza della nostra isola (E l’azzurro ti sprofonda dentro, … e spruzza d’indaco le Eolie/ prima che il buio le accenda/ a forma di spillo), anche se con rabbia ne denuncia l’amara desolazione: è corrotta di sabbia/ questa terra. E ancora in quelle in cui con sofferta malinconia dà voce al malessere esistenziale (e si pianse sui propri) sogni e cosmico (è un respiro affannoso questo tempo). In una società caratterizzata da un continuo processo di eclissi dei valori, di disorientamento collettivo, in cui tanti giovani (dentro il bicchiere occhi appagati/ finestre liquide di questa umanità) si rifugiano nell’alcool o nella droga per sentirsi vivi, il poeta trova nella poesia l’ancora cui aggrapparsi per non precipitare nella vertigine del baratro, sorretto dalla certezza che sempre un papavero […] svetta, il sangue in testa, oltre la siepe d’ossa. Tutta la silloge rivela un’indiscutibile unitarietà tematica e si carica di una forte valenza esistenziale ed etica. Biagio Marin scriveva: “La poesia rappresenta la salvezza della vita, il respiro che la avvolge e la protegge”. E Marina Cvetaeva: “Se il poeta sa ascoltare il battito del suo tempo, (e questo Vasta sicuramente sa farlo), diviene non solo specchio, ma scudo dei suoi anni”. Auguro al nostro giovane poeta che mai la sua penna si svuoti d’inchiostro, e se verrà la “stagione del silenzio”, essa sia solo una pausa dalla quale nascano tante nuove stagioni ricche di frutti.

Lo spergiuro del gallo su La Repubblica. Articolo di Salvatore Ferlita

•Gennaio 26, 2009 • Lascia un Commento

Su La Repubblica di Palermo di martedì 20 gennaio è uscito un articolo di Salvatore Ferlita dal titolo “I poeti di oggi – Pochi talenti nella selva dei rimatori”,  una panoramica sui poeti siciliani contemporanei. Ferlita cita anche  “Lo spergiuro del gallo”.  La pagina web con l’articolo completo  si può visualizzare qui.

Ecco invece un estratto:

[…] Accanto all’ Insana, ci sono almeno altri due autori notevolissimi: Basilio Reale, poeta prima quasimodiano e poi, mano a mano, autore di una vera e propria migrazione linguistica, adottando negli anni Sessanta un gergo tecnologico straniante e demistificante, e utilizzando un montaggio quasi cinematografico. Per poi, negli anni Ottanta, cambiare registro, aprirsi a una pronuncia più distesa, e comporre un canzoniere d’ amore, “Travasare il miele” (Mondadori), dalla abbagliante bellezza. Per non dire di Emilio Isgrò, che come la Insana e Reale s’ è trasferito giovanissimo a Milano, praticando la pittura, la scultura e la poesia. E passando dalla poesia visiva e iconica, assieme a Eugenio Miccini e a Lamberto Pignotti, a una pronuncia in versi che nel libro “Oratorio dei ladri” (Mondadori) si fa carico di una disparità funambolica e caleidoscopica di linguaggi, da lasciare quasi atterrito il lettore. è una sperimentazione, quella di Isgrò, che da “L’ età della ginnastica”, passando per “L’ oratorio” per approdare al “Brindisi all’ amico infame”, mai fine a se stessa, ma in grado di esprimere una tensione conoscitiva e a volte anche etica, mescolando empiti di certo surrealismo meridionale con movenze popolaresche e tensioni teatrali. A questi tre grandi autori, se ne affiancano altri degni di una certa attenzione: Vincenzo Leotta, sensibile critico letterario e attento esegeta dell’ opera di Bartolo Cattafi, autore del recentissimo “Il roveto ardente” (viennepierre edizioni), una sorta di canzoniere d’ amore dedicato all’ Assoluto, in uno stile semplice, che richiama certi tratti sapienziali della sacra scrittura, e poi Stefano Lanuzza, fautore di un magma linguistico pirotecnico, come testimoniano raccolte quali “Logosfera” e “La nottola e la talpa”, Isidoro Aiello, giovane poeta, autore di “L’ essenziale” e “Colombe vittoriose”, epigrammatico e essenziale, che ama chiamare le cose col loro nome illuminandole ogni volta di scorcio per rivelarne il lato inatteso e ancora Saverio Vasta, autore del recentissimo “Lo spergiuro del gallo”, cattafiano anch’ egli nel lavoro di scarnificazione della parola […]

Lo spergiuro del gallo. Mail di Alfonso Lentini

•Dicembre 20, 2008 • Lascia un Commento

Gentile Saverio Vasta,

La sua è una poesia tendenzialmente antiretorica, ma raffinatissima per fattura e per sensibilità espressa; asciutta, densa di velature, ma consapevole e onesta; perfetta per tenuta ritmica ed equilibrio generale. Se questo è il suo libro d’esordio, direi che sta partendo nella maniera migliore, cioè da un livello già alto.

Cordialmente

Alfonso Lentini

Lo spergiuro del gallo. Recensione di Sergio Spadaro

•Dicembre 20, 2008 • Lascia un Commento

Lo spergiuro del gallo è una silloge che, nel complesso, dimostra un alto livello di formalizzazione. Anche se subito dopo viene da chiedersi fino a che punto questa formalizzazione non rischi di farsi troppo astratta e fine a se stessa. L’articolata e approfondita prefazione di Vincenzo Leotta parla già di “prosciugamento formale […] attraverso la sottrazione del superfluo [...] sino alla rarefazione, che però non è mai oscurità”. Siamo sicuri che le liriche de “Lo spergiuro del gallo” non abbiano momenti di quell’“autoreferenzialità” che porta in territori “refrattari e incomunicabili”? Se i quarantanove testi della raccolta vengono soppesati su un virtuale bilancino per misurarne la referenza di ciascuno ai dati concreti della c.d. “realtà esterna”, ci possiamo accorgere che quelli con referenza si possono contare sulle dita: Svegliarsi con le mosche (dove le mosche sono solo emblema dei maggiori crucci che l’io avverte d’estate), Stromboli (dove gli aspetti geografico-geometrici del profilo dell’isola acquistano valenze psicologiche), Isola (dove prevale il parallelismo col corpo femminile), Risonero, Limone e Tramonto a Tindari (reminiscenze culinarie e paesaggistiche a cui si può avvicinare Stallo per la descrizione dei cavalloni marini); infine ci sono i regesti degli incontri/partecipazione all’altro, come Incontro, Una sera a Bologna, Istituto, Sartoria (che è un bel testo), I tuoi due anni. La maggior parte dei testi resta invece confinata in “territori” dove, nei casi migliori, emerge il “malessere individuale e storico” (vedi prefazione) che si esprime attraverso un’autoascultazione introspettiva che spesso lascia scorie amare e altre impurità psicologiche. L’io così o s’interroga in attesa di appendere la propria ombra a qualche “mistero celeste” (La mia ombra), o sta in bilico tra margine e baratro ad aspettare la salvezza di un’àncora del senso, o registra i propri alibi in vista del salto (Alibi) o le ambiguità del retro e del verso (Assedio), oppure “stanco di aspettare” prende atto che il giorno – la solarità coscienziale – è fuori da ogni viluppo inconscio (Il giorno è fuori), o registra le distanze fra i propri fili e quelli altrui (Un filo), o si metaforizza nelle pagine d’un libro squadernato (Sfida) o come “Ulisse telematico” tra le onde della rete informatica (Viaggio). Od “ordisce e scuce” le parole come spighe (La tela d’ogni tempo) o registra ancora una volta le opposizioni dialettiche della propria interiorità (L’uno e lo zero). Ci sono poi testi che hanno a che fare con l’operazione letteraria in sé e per sé, come La sillaba spoglia e i Verdi pascoli (qui le immagini sono allegorie delle proprie preferenze stilistico-letterarie e il testo assume valenza di poetica generale). Il prefatore ha ragione quando sostiene che Vasta “ha assimilato profondamente la lezione” di Bartolo Cattafi. Ma non già per la “densità espressiva” (che in genere è pertinente a ogni operazione poetica approfondita e autoriflessiva), ma per la preferenza che dà alla metaforizzazione. È la metafora infatti che contrassegna in modo precipuo la sua riduzione stilistica. A volte però in eccesso, come nel seguente esempio: “né il vino del tuo deserto/ né la sabbia dei tuoi acini” (p. 23), dove si rincorrono a chiasmo l’aridità del deserto e la mancanza di umori vitali. A volte invece con esempi ammirevoli, come quello del papavero che s’ingrulla clownescamente nel suo rosso di testa (Papavero). Dando un’occhiata adesso al genere di connotazione espressiva che la raccolta mette in evidenza, si ha un uso molto accentuato delle parole composte: grigiosabbia, brunocernia, biancolisca, risonero, dolceamaro, grigiobuio, centilitri. O dei trattini di unione fra le parole (che sono stati il tratto caratterizzante dei procedimenti del futurismo storico, o anche dell’ultima ondata, come dimostra il caso del suo conterraneo Nino Pino Balotta): rupe-cespuglio, seni-zattera, fianchi-riviera, vate-spia-miraggio, spazio-mare, cyber-caffè. Mentre il lessico, accontentandosi dei procedimenti metaforici, ha solo qualche evenienza localistica (gebbia, p. 46)o tecnologica (cyber, p.53), o con variatio morfologica: sriccia, sgroppi (p. 47), slatta (p. 61). E’ abbastanza caratterizzata la fonologia che vede innanzitutto una preferenza accordata alla rima: manovella/caramella (p. 37), coltello/gemello (p. 38), miraggio/ammaraggio (p. 4l), foglia/spoglia, mondo/tonda, castagna/stagna (p. 47), indisturbato/mancato(p. 58), concimato/artigianato, sabbia/rabbia (p. 61), tocchiamo/andiamo/convergiamo e formica/mollica (p. 62). In un testo ricorre un’esibita assonanza (identità vocalica e diversità consonantica): tempo/inferno, duro/tutto, mallo/basso (p. 56). Ma c’è anche la consonanza paronomastica di scuci/proci (p. 42), e persino tentativi di allitterazione come in VErde/VEntre e CIcuta/CIanuro di p. 48, o come in sriCCia/sbuCCia di p.46.  Un’ insolita particolarità si può vedere, se la ricorrenza terminologica ha una funzione sintattica diversa, nel polittoto “d’ogni inverno/dell’inverno” (p. 17) o in quello (e siamo sempre… in ambito stagionale) d’estate/dell’estate/altra estate di p. 26.

Il caffè letterario all’Oasi

•Novembre 20, 2008 • Lascia un Commento

Un incontro piacevole cui hanno partecipato parecchi giovani, studenti di scuole superiori e universitari. Con Giulia Fasolo si è parlato della nostra poesia con delicatezza e disponibilità al confronto. La chiave di lettura era introspettiva ma non prevaricava il senso complessivo dell’opera poetica. Ho apprezzato le letture dei ragazzi del liceo classico, che ringrazio tramite il mio blog, visto che non ho potuto farlo e congratularmi personalmente. Spero ci sia un’altra occasione. E spero che questi incontri siano più frequenti e altrettanto ben organizzati.

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Isidoro Aiello, Saverio Vasta e Giulia Fasolo

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il pubblico composto principalmente da giovani

foto del caffè di mercoledì 19 novembre

•Novembre 20, 2008 • Lascia un Commento
Isidoro Aiello, Saverio Vasta, Giulia Fasolo, Andrea Italiano

Isidoro Aiello, Saverio Vasta, Giulia Fasolo, Andrea Italiano

Caffè letterario all’Oasi. Si parlerà anche de Lo spergiuro del gallo

•Novembre 11, 2008 • Lascia un Commento

 

Mercoledì 19 novembre alle 17,00 presso la Sala Convegni Palazzo del Monte di pietà “G. Spagnolo” si svolgerà un Caffè letterario dal titolo “Orme di poeti”, cui sono invitato. Con me anche Isidoro Aiello e Andrea Italiano. L’incontro sarà moderato da Giulia Fasolo e gli intermezzi di lettura saranno a cura degli studenti dell’Istituto “Valli”. L’iniziativa rientra nella manifestazione “La fiera del libro” che si svolgerà dal 19 al 23 novembre nei giardini dell’Oasi.

La recensione di Tomasello su “Lo spergiuro del gallo”

•Ottobre 2, 2008 • 2 Commenti
 

Dalla Gazzetta del Sud del 2 ottobre 2008 (pagina 20 Cultura)

Liriche di Vasta

Lo “Spergiuro del gallo” e l’incenerirsi dei sogni di un poeta 

 

Dario Tomasello

 

È una poesia sulla resa questa di Saverio Vasta. Non intesa semplicemente come attestazione passiva d’intenti o come sconfitta. Al contrario, come accettazione del proprio destino. Un’accettazione che passa dalla scrittura, inequivocabilmente. Senz’altro inganno se non quello della scrittura stessa: il più onesto, e rischioso, tra tutti gli inganni possibili («Il poeta non dice il vero / fraintende», “Quadratura”). La grandezza del diventare ciò che si è, del diventare adulti sta nel meraviglioso adulterio della letteratura che costringe i più avvertiti, i più scaltri, (in una parola i migliori), all’intelligente promiscuità con una genealogia in cui sapersi riconoscere e ritrovarsi. Eliot diceva, a tal proposito, che un grande poeta sarà sempre un ladro e mai un plagiario.

Saverio Vasta, con lo “Spergiuro del gallo”, (L’autore Libri, Firenze, 2008, euro 8,60) si consegna al suo esordio con una mirabile prova in cui non c’è alcun tradimento, o spergiuro, da espiare se non quello del debito nei confronti dei propri numi tutelari (peraltro tutti correttamente riconoscibili e riconosciuti da Pavese e, soprattutto, da Cattafi in poi, con una pertinenza territoriale straordinariamente generosa).

La lirica di Vasta si attesta su una concezione del mondo, osservato senza disperazione ma con asciutta consapevolezza, dal quale arrivano segnali distruttivi e la possibile alternativa di una salvezza appena intravista. Sempre ridotto, nel ruolo visibile e attivo di personaggio, è il campo del poeta, trattenuto al di qua dello scoppio di ogni macroscopica comparsa, ma partecipe dei riflessi e degli oscuri agonismi, della processione di tante forme stupefatte, di angoli fiabeschi nei quali affiorano le seduzioni della geografia simbolica di una Sicilia antica e magica, specchiata dal paesaggio solare e, insieme, funereamente corroso, traboccato nel delirio o levigato in sigillate pagine di libri. La resa si esplicita in inopinati rovesciamenti di prospettiva dove più ambigua appare l’esibizione di sé: «a piedi sconnessi e fiato sordo / macino corde in vista del salto /. Ho occhi più grandi / al riparo dell’ombra. / La gravità è un inganno / per finire la corsa / senza recriminazioni» (“Alibi”).

L’uso insistito della “s” privativa, solo apparentemente trascurabile, è da ascrivere altresì alla presenza, neanche troppo sotterranea, della poesia insaniana? Crediamo di sì, confortati in questo dal cattafiano Leotta che nell’introduzione al volume certifica numerose le occorrenze di questo espediente. L’egida di una messinesità eccellente, poi, è ben distante da logiche facilmente auto celebrative. L’autore si muove, con una maturità sorprendente, lungo una tradizione di magnifici, e disincantati, affabulatori di questo luogo di frontiera, di questo luogo mentale per eccellenza (e quindi poetico) che è lo stretto. Fortunatamente non c’è traccia di lirismo né di moralistica ispirazione nei versi di Vasta. Il mestiere, già dotato di affilati strumenti, del poeta domina la materia del canto con padronanza e geometrica disinvoltura.

La scrittura di Vasta si orienta a cogliere l’incenerirsi dei sogni, la caduta dei miti e mantiene inalterato il compito di illusiva dizione del passato, alimenta la tenuta di un equilibrio interno alla compagine dei temi e dello stile, atteso da un finale deluso e che, tuttavia, mai delude.

L’articolo di Cutrupia su “Lo spergiuro del gallo” da Centonove di venerdì scorso

•Ottobre 2, 2008 • Lascia un Commento

Lo spergiuro del gallo. Recensione di Dario Tomasello sulla Gazzetta del Sud

•Ottobre 2, 2008 • Lascia un Commento

Nella pagina Cultura della Gazzetta del Sud di oggi è uscita una recensione de “Lo spergiuro del gallo” a firma del prof. Dario Tomasello, docente di letteratura italiana contemporanea all’Università di Messina.