Saverio Vasta. Articolo sulla presentazione de “Il roveto ardente” di Vincenzo Leotta

Nel solco della migliore poesia religiosa del secondo Novecento, “Il roveto ardente” (Viennepierre edizioni 2007), quarta raccolta poetica di Vincenzo Leotta dopo “Le parole da noi tradite” (Padova 1978), “L’Utopia e il silenzio” (Catania 1985) e “Pittogrammi” (Spinea-Venezia 1993), si presenta come un poema d’amore. Un canzoniere in cui il poeta «ci fa vivere gioie e tormenti, ascese e precipizi, i momenti dell’ “attesa” e quelli del “riposo”, come scrive Raboni nella prefazione, alludendo alle due sezioni di cui è composto il volume. Il libro è stato presentato, di fronte a una platea gremita, al Teatro Currò dell’Oratorio salesiano di Barcellona a cura della F.I.D.A.P.A. di Barcellona e dell’Unione ex allievi “Don Bosco” dell’Oratorio salesiano, rappresentati dai presidenti Felice Spinella e Tommasa Genovese. Nel corso dell’incontro, svolto in presenza dell’autore, una lettura di poesie è stata curata dalla prof.ssa Zina D’Amico e da Salvatore Bucca, Raffaella Coppolino e Serena Bruno. La prof.ssa Pina Freni ha messo in luce in apertura il saldo fondamento filosofico-teologico dell’opera di Leotta, che spazia dai mistici del Cinquecento a Pascal, Kirkegaard, Heidegger e Sant’Agostino. «Solo i poeti – ha detto la Freni citando Heidegger – sono in grado di ritrovare l’intimo rapporto che unisce l’Essere all’uomo». «Ne “Il roveto ardente” – ha detto il prof. Franciò nella  sua intensa ed esaustiva relazione – Leotta confessa il più pudico e intimo degli amori: l’amore verso Dio. E lo fa disarmato, inerme, nudo, in un discorso amoroso animato e ardente che trae dall’amore umano i termini palpabili e icastici della sua manifestazione, e si sviluppa in un movimento pendolare che oscilla dalla vicinanza estrema all’infinita lontananza e inafferrabilità dell’Altro. Il volume si dispone in forma di diario, in una struttura circolare che esprime la dinamicità del rapporto con Dio. I testi si rincorrono in una misura da giro epigrammatico, come anelli di una catena, per ricomporsi in un unico poema o canzoniere. La lingua, apparentemente semplice, incanalata nel solco di un registro colloquiale, è in realtà raffinatissima e caratterizzata da modi confidenziali, affabili, anche sommessi». Leotta in conclusione ha riflettuto sul senso della “rivelazione” e sulla possibilità di dire qualcosa su Dio.«Se Dio si è rivelato perché non riusciamo a vederlo?» si è chiesto Leotta.  «“Rivelazione”, dal latino “re-velare”, porta con sé il senso dell’azione ripetuta ma anche del rovesciamento. Dio si rivela nascondendosi e si nasconde rivelandosi. Nel Cristo è il massimo nascondimento di Dio e insieme la massima rivelazione. Per questo, come dice Pascal, Dio è luce e buio, e l’uomo può credere e dubitare. Non resta che cercarlo nella “radura”, nel crepuscolo, dove l’uomo si muove “come un viandante diretto alla vicinanza dell’essere”».

~ di xenos977 su marzo 9, 2010.

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