Lo spergiuro del gallo. Recensione di Emilio Isgrò

Parlare di un poeta concittadino (concittadino di una città relativamente piccola) è sempre difficile. E tanto più bravo è il poeta in questione, tanto più la lettura dei suoi versi si fa inquietante, poiché tu vedi le “cose”  che già conosci assieme alle “parole” che senti per la prima volta, ed è naturale chiedersi se prevalgano le une o le altre. Se il noto, insomma, prevalga sull’ignoto o viceversa. Domanda obbligatoria per chi legge poesia ed è ancora disposto a stupirsi.

Devo dire che questo non mi succede davanti all’opera prima di Saverio Vasta, Lo spergiuro del gallo (L’Autore Libri Firenze), dove già il titolo pietrino (“Prima che il gallo canti…”) dichiara subito che il nostro poeta è pronto a rinnegare l’esistenza delle parole (del Verbo se vogliamo proseguire in chiave evangelica) pur di non tradire un rapporto con il mondo reale che si sostanzia in lampi e circostanze di vita ben definiti e netti.

Senonché Saverio sa usare le parole con grazia e determinazione, e il verbo, nel suo caso, ha la potenza delle cose terrene capaci di resistere alla precarietà di un’esistenza, quella di un uomo giovane, ancora tutta da scrivere.

Saverio non rinnega niente di se stesso e del suo mondo, neppure quando un’accorta “oggettivazione lirica” lo induce a distaccarsi educatamente da sé per acchiappare l’universo e avvolgerlo in una rete di parole tutte essenziali, tutte necessarie.

Si prenda la poesia Sartoria. Non fosse per la bella, fresca dedica giovanile (“a mio nonno Saverio per i suoi 95 anni”), noi non sospetteremmo nemmeno di quanto autobiografismo circoli in questi versi, essendo ogni affettività parentale attutita e offuscata dalla chiave che alle quattro del mattino gira nella toppa, dal “gesso consunto sopra il banco”, dal braciere che dà tepore alla stanza di un vecchio sarto siciliano infreddolito, mentre si consuma “al calare della vista / la sua rivincita col mondo / la sua conquista incoronata di rosa”.

Versi che la dicono lunga sulla capacità di Vasta di padroneggiare i suoi strumenti espressivi con efficacia e vigore, come quando, preso dalla “vertigine del baratro” va “bel al di là del margine” per aggrapparsi “alla ferrosa àncora del senso”, cioè alla vita nel suo scorrere sordo, inesorabile.

Se la vita esiste, tuttavia, anche il suo peso, anche “la gravità è un inganno / per finire la corsa / senza recriminazioni”. Un dubbio esistenziale che viene ampiamente appagato da una ricerca poetica sulla quale Saverio non ha voglia di spergiurare: non perché essa lo consoli, ma perché gli dice in ogni momento dove si trova e dove può correre, impedendogli di sbandare.

Vincenzo Leotta, poeta in proprio e critico finissimo, sottolinea giustamente nella sua bella, calda prefazione come un certo Cattafi (anche lui un concittadino…) entri con la massima naturalezza nel paesaggio mentale di Vasta. Il che rende ancora più vero, e certo più credibile, un esordio poetico tanto discreto quanto promettente.

Emilio Isgrò

~ di xenos977 su Giugno 10, 2009.

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