Lo spergiuro del gallo. Recensione di Domenico Cara

Ricevo e pubblico:

Saverio Vasta: Lo spergiuro del gallo, pp. 65, L’Autore Libri Firenze, Scandicci (FI) 2008.

Nell’atmosfera adulta o potenziale della contemporaneità, questi versi sono segnati da una visualizzazione irsuta di scrittura riflessiva. I codici linguistici sono sparsi e spersi in uno spettacolo ricorrente di ridefinizioni sulla vita, lo spessore ironico di casi e di categorie emozionali a istanza operativa instabile, la particolare caratterizzazione (e veemenza?) insolita, sentenziale, spezzata. Saverio Vasta si affida a una specie di legame segreto con un’intuizione sociologica, oltre ogni rito o scansione espressiva sommaria. E lo schema dell’origine è il passaggio delle diverse sconnessioni esistenziali, dette per modalità non proprio gentili, né ambivalenti. Ecco infatti una specie di acribia contro il Presente, l’uso del mondo, le svolte senza troppo divenire: “…interrogo quest’anima/ sul mistero celeste/ d’un amo rugginoso/ cui abbocca ogni volta/ la mia ombra in attesa” (da “La mia ombra”, p. 16); “Ho salito a passi smilzi/ l’imbuto capovolto/ roccia possente scolpita all’infinito/ estrema offerta/ ultimo comandamento” (da “Ultimo comandamento”, p. 17); “La coda contraddice il verso/ svelato il segreto dell’assedio” (da “Assedio”, p. 22); “Saturo d’onde e mediatiche sirene/ navighi – Ulisse telematico – / in un salpare insoluto d’approdo” (da “Viaggio”, p. 41). E su un movimento espressivo non edulcorato o armonioso come accade di leggere (e di vedere) al lettore sia pur rarefatto dei nostri anni, indubbiamente gli avvertimenti del dramma riconoscono, più vicini al suo stile, il senso ossessivo della disputa interiore, a volte mista di un senso, sia pur interrotto ed esplicito, dell’epigramma e del contrasto. Nella serie dei medesimi relitti Saverio Vasta impone le proprie interferenze con una magia proditoria, rivestita di rarefazione scrupolosa, e lo stesso ductus sceglie l’itinerario icastico per lottare contro un verso che potrebbe dirsi omologato alle immediate soluzioni di un io pubblico diffuso e senza volto creativo. Così, pur partendo per i suoi modelli di ricerca da “altrove” personali, da evocazioni civili e storiche, religiose di “irrealtà quotidiana” (come direbbe Ottiero Ottieri), riprende fra i vari temi l’immagine della paura e del tradimento dell’apostolo Pietro da cui è derivato il titolo di copertina e, questo, è un istantaneo e solenne indizio di quello che il lettore trova nelle pagine accese di schegge e di grumi non immediatamente commestibili, che incidono sul progress della ri-presa. Ma intanto il poeta (al suo esordio?) configura la scheda di un rien va tutto attuale, insieme alle diverse lacerazioni, non soltanto tematiche, sugli incendi di una protesta contro il suo tempo, che comunque rifiuta quegli estremi “fiori del male” che crescono intorno ai moventi e alle ideologie che egli scruta e rivela, simultaneamente rimossi in più forme. Negli stessi annodi (più conflitto che provocazione, più sogni di polvere che utopie) il libro inalvea una poeticità innovativa e sentenziale che supera di molto quel fragore lezioso, liso e antiquato di una poesia “civile”, i cui esiti diventano ormai un leit-motiv insistentemente ripetitivo e, si sa, la stessa storia non si cura, udite le monotone tonalità. e da tutto ciò che il poeta qui si chiede e traccia nei suoi diversi apici, non è affatto esclusa un’essenziale e guizzante nozione dell’umano che non è del tutto mediterranea, ma concerne gli stimoli dirompenti di un dire molto evoluto. La disquisizione quasi proliferante rifiuta quindi l’elegia e l’ira, ed entra in scena una specie di fuori tempo che è l’età naturale di cui Saverio Vasta si è appropriato, in parte facendo cenno all’epigramma che diventa essenza di favola, in parte razionale fisionomia di se stesso, proprio fingendo di ignorare il proprio destino di uomo e di pubblico poeta.

Domenico Cara

~ di xenos977 su Marzo 28, 2009.

Lascia un commento