Una vita a dipingere i paesaggi della sua terra: le colline di Cannistrà, San Paolo, Protonotaro, il promontorio del Tindari, la spiaggia di Marchesana. E, su tutto, gli ulivi nodosi e secolari «simbolo della vita che si trasforma e si rigenera» e i ruderi della città vecchia (la casa nativa, il ponte ferroviario di Bartolella, ora scomparso), memorie di un tempo andato, che la pittura sottrae all’oblio. Reduce da una importante affermazione alla Biennale di Venezia, dove ha ottenuto il prestigioso Premio internazionale “I due mori” con il quadro “Siccità e vita”, meritando inviti alle esposizioni internazionali di New York e Istanbul, Giuseppe Milone, 63 anni, barcellonese, inaugura oggi la sua personale di pittura presso la Sala Vetri “Oasi” di Barcellona. Cresciuto in quel fertile humus artistico e culturale che era la villa di Cannistrà del maestro Nino Leotti, frequentata abitualmente da Giuseppe Migneco e Renato Guttuso, Milone mostrò fin da piccolo la propensione per il disegno e per la pittura. A nove anni dipinse il primo quadro, e Leotti, sorpreso per il talento del giovane, decise di seguirlo e sostenerlo. «Quando Leotti partì per Roma – ricorda Milone – mi affidò a Totuccio De Pasquale, che mi indicò la scuola del maestro Marcello Crinò presso la Società Operaia. La frequentai per nove anni, mentre imparavo il mestiere di macellaio. Compiuto il servizio militare tornai a Barcellona, e avviai la mia attività. Ma ho sempre dipinto, anche di notte. Esponevo i miei lavori perfino in macelleria, e così vendevo carne e quadri. Il lavoro mi serviva per portare in giro la mia pittura». Paesaggista meticoloso, innamorato della natura e delle infinite varietà del verde, Milone continua a dipingere, ma segue anche alcuni giovani che vogliono apprendere l’arte della pittura. «Insegno loro ad amare e a studiare la natura. E dico sempre che l’arte è emozione. Chi osserva un quadro deve penetrarvi dentro, altrimenti l’opera resta un brandello di tela colorata». All’Oasi, da oggi al 22 novembre, espone 26 opere, la maggior parte delle quali realizzate negli ultimi 5 anni. «I miei quadri sono in tutto il mondo. Mi piace pensare che noi siciliani non esportiamo solo malaffare, ma anche, attraverso l’arte, i paesaggi, i colori, la luce della nostra terra».
Mostra di Giuseppe Milone da oggi all’Oasi di Barcellona. Di Saverio Vasta
•Novembre 8, 2009 • Lascia un CommentoRivivere e fermare in tempo con Santo Valenti. Di Saverio Vasta
•Novembre 8, 2009 • Lascia un CommentoBisogna osservarlo lavorare nella sua bottega o semplicemente stare ad ascoltarlo mentre narra di sé e della sua storia di vita. Che poi è quella che solo i nostri vecchi custodiscono ancora, nutrendola quotidianamente di ricordi, con devozione, orgoglio e tenerezza. Ha 85 anni, Santo Valenti, un artigiano e un uomo d’altri tempi, che del suo mestiere di scultore e intagliatore, ormai quasi scomparso, ha fatto un’arte e un motivo di vita. Un patrimonio vivo, il suo, fatto di esperienze personali e insieme storiche: la guerra, la lotta per la sopravvivenza, le passioni sacrificate ma mai del tutto represse. E poi un repertorio popolare brillantemente sciorinato con una spontaneità tutt’altro che ingenua. Con gli anni non ha perso l’indole tenace e volitiva né l’entusiasmo, Santo Valenti. Che si racconta in occasione dell’inaugurazione della mostra organizzata dalla Pro Loco “Manganaro” e dall’associazione “Genius Loci” nei locali dell’Oasi di San Sebastiano. «Iniziai a disegnare a sei anni – dice – e a 12 realizzai la prima scultura, intagliando su legno un albero di fico. Poi venne la guerra. Avevo 19 anni. Dovetti interrompere gli studi magistrali e per quattro anni fui lontano da casa. Quando rientrai a Barcellona era il ’46. Volevo riprendere a scolpire, ma la necessità mi costrinse ad affiancare i miei due fratelli, che facevano gli ebanisti. Erano tempi duri e la scultura non pagava. Ma io ho sempre continuato a scolpire perché è questa la mia passione». Ma don Santo è anche un ottimo cuoco e un musicista per diletto. Appassionato di fisarmonica ricorda «i tempi delle serenate suonate sotto le finestre delle fidanzate» e i momenti di aggregazione con gli amici. Custode della “vara dei falegnami”, ogni anno si occupa dello schizzo per l’assemblaggio dei pezzi: «Dopo la processione, dobbiamo smontare la vara per farla entrare nel magazzino dov’è custodita. L’anno successivo deve quindi essere ricomposta, e nel ridisegnarla mi invento sempre qualche novità». E tutti, quando passa “Il crocefisso”, riconoscono “la vara di don Santo”. Che ha realizzato anche le vare per le statue dei Santi patroni portati in processione a Malfa, Bafia, Protonotaro e Calderà. Oltre a sculture, intarsi e intagli, don Santo realizza anche mobili, in particolare portoni, consolle, tolette, comodini e sedie. Un saggio della sua arte si è apprezzato all’Oasi. Ma conoscerlo è un’esperienza indimenticabile.
Nino Famà. La stanza segreta
•Giugno 23, 2009 • Lascia un CommentoUna mia recensione del libro di Famà, pubblicata nel 2004 su Centonove. La potete leggere qui.
Lo spergiuro del gallo. Recensione di Emilio Isgrò
•Giugno 10, 2009 • Lascia un CommentoParlare di un poeta concittadino (concittadino di una città relativamente piccola) è sempre difficile. E tanto più bravo è il poeta in questione, tanto più la lettura dei suoi versi si fa inquietante, poiché tu vedi le “cose” che già conosci assieme alle “parole” che senti per la prima volta, ed è naturale chiedersi se prevalgano le une o le altre. Se il noto, insomma, prevalga sull’ignoto o viceversa. Domanda obbligatoria per chi legge poesia ed è ancora disposto a stupirsi.
Devo dire che questo non mi succede davanti all’opera prima di Saverio Vasta, Lo spergiuro del gallo (L’Autore Libri Firenze), dove già il titolo pietrino (“Prima che il gallo canti…”) dichiara subito che il nostro poeta è pronto a rinnegare l’esistenza delle parole (del Verbo se vogliamo proseguire in chiave evangelica) pur di non tradire un rapporto con il mondo reale che si sostanzia in lampi e circostanze di vita ben definiti e netti.
Senonché Saverio sa usare le parole con grazia e determinazione, e il verbo, nel suo caso, ha la potenza delle cose terrene capaci di resistere alla precarietà di un’esistenza, quella di un uomo giovane, ancora tutta da scrivere.
Saverio non rinnega niente di se stesso e del suo mondo, neppure quando un’accorta “oggettivazione lirica” lo induce a distaccarsi educatamente da sé per acchiappare l’universo e avvolgerlo in una rete di parole tutte essenziali, tutte necessarie.
Si prenda la poesia Sartoria. Non fosse per la bella, fresca dedica giovanile (“a mio nonno Saverio per i suoi 95 anni”), noi non sospetteremmo nemmeno di quanto autobiografismo circoli in questi versi, essendo ogni affettività parentale attutita e offuscata dalla chiave che alle quattro del mattino gira nella toppa, dal “gesso consunto sopra il banco”, dal braciere che dà tepore alla stanza di un vecchio sarto siciliano infreddolito, mentre si consuma “al calare della vista / la sua rivincita col mondo / la sua conquista incoronata di rosa”.
Versi che la dicono lunga sulla capacità di Vasta di padroneggiare i suoi strumenti espressivi con efficacia e vigore, come quando, preso dalla “vertigine del baratro” va “bel al di là del margine” per aggrapparsi “alla ferrosa àncora del senso”, cioè alla vita nel suo scorrere sordo, inesorabile.
Se la vita esiste, tuttavia, anche il suo peso, anche “la gravità è un inganno / per finire la corsa / senza recriminazioni”. Un dubbio esistenziale che viene ampiamente appagato da una ricerca poetica sulla quale Saverio non ha voglia di spergiurare: non perché essa lo consoli, ma perché gli dice in ogni momento dove si trova e dove può correre, impedendogli di sbandare.
Vincenzo Leotta, poeta in proprio e critico finissimo, sottolinea giustamente nella sua bella, calda prefazione come un certo Cattafi (anche lui un concittadino…) entri con la massima naturalezza nel paesaggio mentale di Vasta. Il che rende ancora più vero, e certo più credibile, un esordio poetico tanto discreto quanto promettente.
Emilio Isgrò
Lo spergiuro del gallo. Intervista di Alessandro Amedeo su Messin.it
•Aprile 2, 2009 • Lascia un CommentoL’intervento di Saverio Vasta in occasione del “Ricordo di Bartolo Cattafi”
•Marzo 29, 2009 • 1 Commento«Il mio incontro con la poesia di Bartolo Cattafi non è avvenuto ai tempi del Liceo. È noto che a scuola non sempre si riesce a fare la conoscenza dei poeti e degli scrittori delle generazioni più vicine alla nostra. Si arriva a stento a studiare Ungaretti, Saba e Montale. Per chi sente un interesse vivo, un trasporto per la poesia, non resta che costruirsi dei propri percorsi di ricerca, di lettura, di studio, di approfondimento. L’incontro con Cattafi si colloca proprio nel vivo di questo cammino di appassionata ricerca. Intorno alla fine degli anni Novanta avevo già iniziato a spaziare tra i poeti del Novecento, approfondendo quelli che ritenevo più stimolanti: Montale, Sereni, Caproni, Pavese, Pasolini, Luzi fino ai più recenti, tra cui Insana e Magrelli. Personalità poetiche alquanto dissimili, ma ciò non sorprende perché gli stimoli culturali non sono mai univoci. Leggevo, appuntavo impressioni e riflessioni, rileggevo. E intanto con molto pudore avevo già iniziato a imbrattare la carta di cose mie, recuperando una disposizione alla scrittura di versi che avevo avuto da bambino e poi perso per anni. Ogni occasione può essere buona, in questo percorso libero e incondizionato, per fare incontri importanti. Nel mio caso fu straordinariamente feconda l’occasione di un convegno dedicato a Bartolo Cattafi che si svolse all’Università di Messina. E non solo perché i relatori entrarono davvero nel vivo dell’opera e dell’“officina” cattafiana, tanto da stimolare particolarmente l’approfondimento e la lettura dell’autore (c’era tra questi Vincenzo Leotta che di Cattafi fu amico ed è forse il maggiore conoscitore), ma soprattutto perché quei testi nudi sulla carta, che leggevo allora per la prima volta, esercitarono in me un fascino particolare, non facilmente definibile né spiegabile: il mistero della poesia che incontra l’animo umano evidenziando straordinarie consonanze. La poesia di Cattafi mi sconvolse. Volli saperne di più. Iniziai a leggere con voracità, senza un ordine preciso, anzi, in ordine sparso: come un’ape che sugge là dove trova il fiore che possa darle nutrimento. Solo più tardi ho ripreso Cattafi cercando di farne una lettura diacronica, di individuarne uno sviluppo, di collocarla cronologicamente. Mi sono chiesto più volte, in seguito, dove risiedesse questo fascino particolare. E forse la risposta sta nella sua particolare personalità poetica, nel suo essere al contempo eccentrico e imprevedibile eppure significativamente legato a una realtà riconoscibile che fa sempre da gancio per le metaforizzazioni e le trasfigurazioni tipiche dell’inventiva cattafiana: oggetti concreti, luoghi, atmosfere, contrasti timbrici e tonali, paesaggi esterni, ma anche stati d’animo, paesaggi interni altrettanto condivisi. Materia che si conosce al punto da poterne fare astrazione o trasmutazione. Questa radice la sento comune.Leggere Cattafi significa anche verificare come la poesia si sottragga – almeno nei casi migliori e più illustri – alle etichette, alle facili definizioni o riduzioni. E infatti l’opera di Cattafi sfugge a un’analisi che voglia ricostruirne una linea di sviluppo, perché le trame della sua poesia si intrecciano continuamente spiazzando chi volesse tracciarne un profilo preciso. Cattafi è un purosangue della poesia. Le sue intuizioni immaginifiche mai straripano dalla carta. Ondeggiano piuttosto in bilico spiazzando con guizzi sorprendenti, sempre, però, all’interno di una forma, a volte di un “congegno” pressoché perfetto. Leggere Cattafi significa quindi accettare la sfida, entrare nel congegno. In principio si viene accolti con dolcezza, quasi invitati a entrare. Poi, d’un tratto, una mossa improvvisa. La prospettiva si ribalta, il senso resta per un attimo in bilico. Il capovolgimento intrappola il lettore e il trauma innesca la sorpresa, l’estasi e poi la riflessione o la scoperta, a volte amara. È il caso di “Un trenta agosto”:
Si vide subito che si metteva bene:
eventi macroscopici nessuno,
il sole ad un passo da settembre
diede la prima razione
alle isole di fronte,
il mare mandò lampi di freschezza,
il caldo soltanto fra tre ore,
un immenso celeste, ancora un giorno
per l’uva e gli altri frutti di stagione,
tra i pochi rumori di paese
l’ossigeno sibilando disse
di non farcela più con quel suo cuore.
Di primo mattino la morte di mia madre.
L’opera di Cattafi è viva, parla alle nostre menti, ai nostri cuori. Perché Cattafi è un poeta senza tempo. Non lo vediamo mai impegnato a commentare o a rincorrere gli eventi. Non vuole essere il poeta dell’attualità. E ciò preserva la sua poesia dalla consunzione del tempo e della cronaca. Eppure Cattafi è anche un poeta attuale, se pensiamo a certe ossessioni che sono quelle dell’uomo contemporaneo: l’ansia di certezze, il bisogno di andare al cuore delle cose, all’osso, all’anima, al punto di convergenza delle molteplici linee di senso della vita, senza tuttavia trovare pace (“L’osso”):
Avanti, sputa l’osso:
pulito, lucente, levigato,
senza frange di polpa,
l’immagine del vero,
ammettendo che in questo
unico osso avulso dal contesto
allignino chiariti, concentrati,
quesiti fin troppo capitali.
Credo che tu non possa
farcela; saresti
cenere nella fossa,
anima da qualche parte.
E poi il senso di corrosione, di morte, di vuoto, il bilancio negativo tra materia e nulla, anche qui non enunciato esplicitamente, ma affidato a un congegno che se possibile ne amplifica la drammaticità (“Il resto manca”):
Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone di un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.
Certamente vivere l’esperienza dell’incontro e della frequentazione della poesia di Cattafi non può lasciare indifferente. È, la sua, una scrittura che lascia tracce. Mi pare però necessaria una premessa: Cattafi, per talento e sensibilità poetica è un poeta universale; per il suo particolare percorso poetico si caratterizza d’altra parte come un poeta eccentrico, isolato, perfino individualista. Allora non possono esistere epigoni di Cattafi, perché sarebbero soltanto delle imitazioni, magari ben fatte, ma pur sempre imitazioni. E un poeta come Cattafi – sfuggente, imprevedibile – si può amare ma non imitare. Ogni poeta disegna le proprie traiettorie di stile e di poetica e invita il lettore e il critico a confrontarsi principalmente con il proprio universo poetico. Certamente si tratta di un’operazione complessa, ma forse meno scontata, più stimolante e produttiva. Esistono però allievi di Cattafi. Perché dai geni si impara a volte di più che dai capiscuola o dai maestri di professione. Anche per me è stato così. Non tanto, ovviamente, per quanto riguarda la poetica, quanto nel percorso che mi ha portato a formulare uno stile che fosse congeniale a ciò che avevo da esprimere. Cattafi mi ha aiutato, assieme ad altri, proprio nella fase in cui inizia a delinearsi lo stile di scrittura, a liberarmi da schemi convenzionali e a evitare, magari, quelle ingenuità scolastiche che sono tipiche delle esperienze poetiche agli esordi. Mi ha consentito quindi di trovare, con maggiore sicurezza e senza troppe deviazioni di percorso, una forma mia nella quale potessi ritrovarmi a pieno. Una forma caratterizzata da una pronunciata densità espressiva e brevità. Ma anche una forma che si fa invito per il lettore a penetrare il congegno della scrittura. Anche laddove i miei versi sembrano sentenziosi, come avviene spesso in chiusura di componimento, essi lasciano un margine ampio di rideterminazione, offrendosi al lettore “aperti” e invogliandolo a una rilettura. Lo scopo è condividere l’impegno di comprensione del testo, perché i versi, come il “gesto” di una poesia di Cattafi, non passino senza lasciare traccia, non lascino indifferenti (“Gesto”):
Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso
tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suo peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.
Per questo affido i miei versi a un lettore che accetti la sfida di penetrare nel testo con la naturalezza di un “gesto”, sperando però che l’operazione abbia “il suo peso”, e tutto non sia proprio “come prima”».
Saverio Vasta
(12 marzo 2009 Sala lezioni Ute Barcellona P.G.)
Lo spergiuro del gallo. Recensione di Domenico Cara
•Marzo 28, 2009 • Lascia un CommentoRicevo e pubblico:
Saverio Vasta: Lo spergiuro del gallo, pp. 65, L’Autore Libri Firenze, Scandicci (FI) 2008.
Nell’atmosfera adulta o potenziale della contemporaneità, questi versi sono segnati da una visualizzazione irsuta di scrittura riflessiva. I codici linguistici sono sparsi e spersi in uno spettacolo ricorrente di ridefinizioni sulla vita, lo spessore ironico di casi e di categorie emozionali a istanza operativa instabile, la particolare caratterizzazione (e veemenza?) insolita, sentenziale, spezzata. Saverio Vasta si affida a una specie di legame segreto con un’intuizione sociologica, oltre ogni rito o scansione espressiva sommaria. E lo schema dell’origine è il passaggio delle diverse sconnessioni esistenziali, dette per modalità non proprio gentili, né ambivalenti. Ecco infatti una specie di acribia contro il Presente, l’uso del mondo, le svolte senza troppo divenire: “…interrogo quest’anima/ sul mistero celeste/ d’un amo rugginoso/ cui abbocca ogni volta/ la mia ombra in attesa” (da “La mia ombra”, p. 16); “Ho salito a passi smilzi/ l’imbuto capovolto/ roccia possente scolpita all’infinito/ estrema offerta/ ultimo comandamento” (da “Ultimo comandamento”, p. 17); “La coda contraddice il verso/ svelato il segreto dell’assedio” (da “Assedio”, p. 22); “Saturo d’onde e mediatiche sirene/ navighi – Ulisse telematico – / in un salpare insoluto d’approdo” (da “Viaggio”, p. 41). E su un movimento espressivo non edulcorato o armonioso come accade di leggere (e di vedere) al lettore sia pur rarefatto dei nostri anni, indubbiamente gli avvertimenti del dramma riconoscono, più vicini al suo stile, il senso ossessivo della disputa interiore, a volte mista di un senso, sia pur interrotto ed esplicito, dell’epigramma e del contrasto. Nella serie dei medesimi relitti Saverio Vasta impone le proprie interferenze con una magia proditoria, rivestita di rarefazione scrupolosa, e lo stesso ductus sceglie l’itinerario icastico per lottare contro un verso che potrebbe dirsi omologato alle immediate soluzioni di un io pubblico diffuso e senza volto creativo. Così, pur partendo per i suoi modelli di ricerca da “altrove” personali, da evocazioni civili e storiche, religiose di “irrealtà quotidiana” (come direbbe Ottiero Ottieri), riprende fra i vari temi l’immagine della paura e del tradimento dell’apostolo Pietro da cui è derivato il titolo di copertina e, questo, è un istantaneo e solenne indizio di quello che il lettore trova nelle pagine accese di schegge e di grumi non immediatamente commestibili, che incidono sul progress della ri-presa. Ma intanto il poeta (al suo esordio?) configura la scheda di un rien va tutto attuale, insieme alle diverse lacerazioni, non soltanto tematiche, sugli incendi di una protesta contro il suo tempo, che comunque rifiuta quegli estremi “fiori del male” che crescono intorno ai moventi e alle ideologie che egli scruta e rivela, simultaneamente rimossi in più forme. Negli stessi annodi (più conflitto che provocazione, più sogni di polvere che utopie) il libro inalvea una poeticità innovativa e sentenziale che supera di molto quel fragore lezioso, liso e antiquato di una poesia “civile”, i cui esiti diventano ormai un leit-motiv insistentemente ripetitivo e, si sa, la stessa storia non si cura, udite le monotone tonalità. e da tutto ciò che il poeta qui si chiede e traccia nei suoi diversi apici, non è affatto esclusa un’essenziale e guizzante nozione dell’umano che non è del tutto mediterranea, ma concerne gli stimoli dirompenti di un dire molto evoluto. La disquisizione quasi proliferante rifiuta quindi l’elegia e l’ira, ed entra in scena una specie di fuori tempo che è l’età naturale di cui Saverio Vasta si è appropriato, in parte facendo cenno all’epigramma che diventa essenza di favola, in parte razionale fisionomia di se stesso, proprio fingendo di ignorare il proprio destino di uomo e di pubblico poeta.
Domenico Cara
Ricordo di Bartolo Cattafi. Articolo sulla Gazzetta
•Marzo 17, 2009 • Lascia un CommentoRicordo di Cattafi nel segno della “nuova” poesia
•Marzo 13, 2009 • Lascia un Commento
Gino Trapani e a destra Andrea Italiano e Saverio Vasta
Ieri sera ho partecipato a un incontro dedicato a Cattafi, nel trentesimo anniversario della morte. L’iniziativa rientrava nelle attività dell’Ute, l’università della terza età, e in particolare nel corso di lezioni sulla poesia italiana tenuto quest’anno dal prof. Gino Trapani. Per l’occasione, Trapani ha pensato di ricordare Bartolo Cattafi non con una tradizionale “lezione”, ma coinvolgendo nel ricordo di Cattafi alcuni emergenti poeti barcellonesi, chiamati a testimoniare il proprio rapporto con la poesia dell’autore de “L’osso, l’anima”. Con me erano presenti Isidoro Aiello, Andrea Italiano e Domenico Mostaccio. Sono stati inoltre esposti testi, foto, articoli di giornale e altri documenti relativi all’esperienza poetica di Cattafi. Particolarmente toccante è stata la visione di un filmato degli anni Sessanta contenente un’intervista realizzata da Melo Freni per la Rai. Compaiono Cattafi, nella villetta di Mollerino, Raboni, nella circostanza ospite di Cattafi, e Michele Stilo. L’incontro è stato seguito con partecipazione da un folto pubblico. Ho voluto ricordare Cattafi ma anche proporre alcune mie poesie tratte da “Lo spergiuro del gallo”. Ho invitato a riflettere sul fatto che un poeta come Cattafi, eccentrico, sfuggente, imprevedibile, si può amare ma non imitare. Ogni poeta disegna le proprie traiettorie di stile e di poetica e invita il lettore e il critico a confrontarsi principalmente con il suo universo poetico. Certamente si tratta di un’operazione complessa, ma forse più stimolante e produttiva, che consentirebbe di fare un passo avanti, scoprendo ciò che distingue tra di loro le esperienze poetiche piuttosto che ciò che le accomuna, per non restare ancorati a modelli interpretativi giocati in chiave autoreferenziale e retrospettiva.
Ricordo di Bartolo Cattafi
•Marzo 9, 2009 • Lascia un CommentoGiovedì 12 marzo alle 17,00 presso la sala lezioni UTE di via Garibaldi si terrà un incontro dedicato a Bartolo Cattafi nel trentesimo anniversario della morte. L’appuntamento è a cura del prof. Gino Trapani. Sarò presente anch’io per parlare della mia poesia e per testimoniare il mio personale rapporto con l’opera cattafiana. Con me anche Isidoro Aiello, Andrea Italiano e Domenico Mostaccio. Saranno esposti documenti e immagini relativi all’esperienza poetica cattafiana.



Commenti Recenti