Su Scomunicando intervista all’editore Lucio Falcone. L’articolo cita Il posto delle cose di Saverio Vasta

•dicembre 31, 2011 • Lascia un commento

SCOMUNINCANDO

Editori: Lucio Falcone e la “Pungitopo”

24 dicembre 2011

“Segni Particolari”: L’amore per la Cultura, il pioacere di sentire l’odore degli inchiostri di un libro ben fatto. Lo studio di Lucio Falcone, cofondatore e dirigente della Casa Editrice pattese “Pungitopo”, è un profondo salone rettangolare le cui pareti più lunghe sono l’una una grande finestra sul giardino e l’altra è ricoperta da libri. Anche il tavolo da lavoro è rettangolare, di legno massiccio, e la poltrona dà le spalle alla libreria alta fino al soffitto. La luce pomeridiana è insufficiente ad illuminare l’ambiente, come lo sono le varie lampade dislocate su vari tavolini. Anche lo schermo bianco del computer contribuisce ad illuminarci, tanto quanto basta perché la conversazione è lenta e intensa e vuole tempo per aprirsi. L’argomento è il solito: i libri. Nel parlare ne prende, di tanto in tanto, qualcuno fra le mani, uno a caso, uno dei tanti posti sulla scrivania, disordinatamente come compagni di viaggio sempre lì, pronti per essere toccati e consultati. Si percepisce il rapporto che ha con essi, sue creature. Pochi cenni a quegli anni settanta che lo vedono con il padre Nino iniziare un ‘viaggio’. Oggi è fra  gli editori che emergono nella divulgazione e conservazione della cultura e delle tradizioni  siciliane ed uno sguardo carico d’orgoglio lo sorprende nel citare il suo “Almanaccu sicilianu” monografia che dal 1978, a cadenza annuale e a tema sempre diverso, raccoglie storie, proverbi, canti, credenze, ricette, notizie della tradizione popolare siciliana. L’edizione del 2012, curata da lui stesso e da Giuseppe Buzzanca, con le illustrazioni di Giovanni Torres La Torre è dedicata alla “Storia dell’ulivo e dell’olio in Sicilia”. E nel discutere e confrontarsi, ci parla dei suoi autori emergenti e di quelli di una vita, ci si sofferma sui testi di poesia di Saverio Vasta “Il posto delle cose”, “Antipoemi” di Beniamino Biondi e “Gobba a Levante” di Nicola Romano. Sono giornalisti, critici cinematografici, amanti della letteratura italiana con la passione di comunicare in versi.  Fra i testi di storia locale è “Il Golfo di Patti – nei viaggiatori dal XVI e al XX secolo” che attira la nostra attenzione. Scoprire la storia del luogo attraverso note e documenti che segnano il passaggio di grandi uomini nella nostra Terra. Nella presentazione al volume di Giovanni Crisostomo Sciacca, il Presidente della Società Siciliana di Storia Patria, Giovanni Puglisi dice: – La storia è una retta, la cui origine è tanto lontana, quanto ormai invisibile […] gli uomini, le loro azioni, le loro rerum gesta rum sono gli infiniti puntini, che nella loro, anche infinita, sommatoria danno al continuum della linea la percezione della sua realtà […] questo libro è uno di questi puntini.  Parlando di racconti, Lucio Falcone cita il professor Michele Mancuso, ficarrese del 1892 e morto a Patti nel 1946. Laureatosi a Firenze nel 1923 in Storia e Filosofia, insegnò nel liceo Classico di patti dal 1925, formando le menti di intere future generazioni. Fra le sue opere le raccolte di racconti “Scampoli di festa” e “Le Costellazioni inutili”. Curato da Marisa Campanile, “Voci di donne migranti” nasce da un progetto della “Ciss – Cooperazione internazionale sud sud” e racconta il viaggio tra la terra di origine e quella di immigrazione e il percorso dalla lingua materna a quella del paese di adozione di un gruppo di oltre 30 donne, tutte provenienti dall’Est europeo.“Segni Particolari”, invece, a differenza della precedente raccolta d’interventi, è un testo che mette insieme le esperienze di persone che hanno seguito un corso di formazione sull’auto-mutuo-aiuto organizzato dal dipartimento di salute mentale dell’Azienda Sanitaria di Messina. Nel laboratorio di scrittura i partecipanti hanno manifestato i loro disagi e, con la guida della scrittrice Patrizia Rigoni, hanno liberamente dato voce alle proprie emozioni.  Il romanzo “Teatro Viaggiante” di Giovanni Torres La Torre ci porta nella mitologica città nebroidea di Nisia. Giuseppe Amoroso nella prefazione dice: – L’autore edifica un fastoso racconto fra la favola ed un’ingemmata fotografia del vero fondato sull’intreccio di musica e visioni che sembrano esatte, scolpite nelle pietre…”  Maria Fascetto, appassionata ricercatrice di storia e tradizioni popolari, nata a Capizzi, in “Aroma di caffè” narra di donne di Sicilia, forti e deboli creature e mostra una dimensione umana che non possiamo fingere di non vedere perché è parte delle nostre origini e cova sempre nella mentalità maschile. “Il Santo marrano” di Giuseppe Sicari, un romanzo storico ambientato a Licata nel 1492, anno dell’esplulsione degli Ebrei dalla Sicilia. L’autore ci presenta una comunità viva e vivace, laboriosa ed improvvisamente sdradicata dalla propria Terra per motivi economici mascherati dal solito  razzismo per chi possiede una fede diversa.  Non a caso chiudo questa breve sintesi, scaturita dal desiderio di conoscere una realtà editoriale del nostro territorio con “Scirocco, Malanova e Piscistoccu”, a cura, anche questo come l’Almanacco, di Lucio Falcone e Giuseppe Buzzanca. Dall’antico detto “ sciroccu, piscistoccu e malanova chi và a Missina i trova” prende vita una raccolta di memoria e storia, una ricerca della messinità ormai perduta per sempre rimasta sepolta sotto le macerie del terremoto del 1908. Storici e poeti, scrittori e giornalisti scrivendo del pescestocco ripercorrono secoli di storia e ci regalano immagini e particolari che mai nessuno ci aveva raccontato.

Saverio Vasta. Articolo sulla presentazione de “Il roveto ardente” di Vincenzo Leotta

•marzo 9, 2010 • Lascia un commento

Nel solco della migliore poesia religiosa del secondo Novecento, “Il roveto ardente” (Viennepierre edizioni 2007), quarta raccolta poetica di Vincenzo Leotta dopo “Le parole da noi tradite” (Padova 1978), “L’Utopia e il silenzio” (Catania 1985) e “Pittogrammi” (Spinea-Venezia 1993), si presenta come un poema d’amore. Un canzoniere in cui il poeta «ci fa vivere gioie e tormenti, ascese e precipizi, i momenti dell’ “attesa” e quelli del “riposo”, come scrive Raboni nella prefazione, alludendo alle due sezioni di cui è composto il volume. Il libro è stato presentato, di fronte a una platea gremita, al Teatro Currò dell’Oratorio salesiano di Barcellona a cura della F.I.D.A.P.A. di Barcellona e dell’Unione ex allievi “Don Bosco” dell’Oratorio salesiano, rappresentati dai presidenti Felice Spinella e Tommasa Genovese. Nel corso dell’incontro, svolto in presenza dell’autore, una lettura di poesie è stata curata dalla prof.ssa Zina D’Amico e da Salvatore Bucca, Raffaella Coppolino e Serena Bruno. La prof.ssa Pina Freni ha messo in luce in apertura il saldo fondamento filosofico-teologico dell’opera di Leotta, che spazia dai mistici del Cinquecento a Pascal, Kirkegaard, Heidegger e Sant’Agostino. «Solo i poeti – ha detto la Freni citando Heidegger – sono in grado di ritrovare l’intimo rapporto che unisce l’Essere all’uomo». «Ne “Il roveto ardente” – ha detto il prof. Franciò nella  sua intensa ed esaustiva relazione – Leotta confessa il più pudico e intimo degli amori: l’amore verso Dio. E lo fa disarmato, inerme, nudo, in un discorso amoroso animato e ardente che trae dall’amore umano i termini palpabili e icastici della sua manifestazione, e si sviluppa in un movimento pendolare che oscilla dalla vicinanza estrema all’infinita lontananza e inafferrabilità dell’Altro. Il volume si dispone in forma di diario, in una struttura circolare che esprime la dinamicità del rapporto con Dio. I testi si rincorrono in una misura da giro epigrammatico, come anelli di una catena, per ricomporsi in un unico poema o canzoniere. La lingua, apparentemente semplice, incanalata nel solco di un registro colloquiale, è in realtà raffinatissima e caratterizzata da modi confidenziali, affabili, anche sommessi». Leotta in conclusione ha riflettuto sul senso della “rivelazione” e sulla possibilità di dire qualcosa su Dio.«Se Dio si è rivelato perché non riusciamo a vederlo?» si è chiesto Leotta.  «“Rivelazione”, dal latino “re-velare”, porta con sé il senso dell’azione ripetuta ma anche del rovesciamento. Dio si rivela nascondendosi e si nasconde rivelandosi. Nel Cristo è il massimo nascondimento di Dio e insieme la massima rivelazione. Per questo, come dice Pascal, Dio è luce e buio, e l’uomo può credere e dubitare. Non resta che cercarlo nella “radura”, nel crepuscolo, dove l’uomo si muove “come un viandante diretto alla vicinanza dell’essere”».

Saverio Vasta. Recensione de “Il roveto ardente” di Vincenzo Leotta per Barcellonapg.it

•marzo 9, 2010 • 1 commento

Si colloca nel solco della poesia religiosa Il roveto ardente, l’ultimo libro di Vincenzo Leotta (pubblicato per la Viennpierre Edizioni di Milano) che giunge a distanza di quattordici anni da Pittogrammi. Comprende – come informa la Notizia – le poesie scritte dai primi di dicembre del 1998 alla fine di marzo 2003, precedute dalla prefazione di Giovanni Raboni, uno degli ultimi scritti del poeta e critico letterario milanese morto nel 2004. Il libro si compone di due sezioni intimamente connesse, intitolate Dell’attesa… e … Del riposo, in cui il poeta si rivolge all’Assoluto senza sovrastrutture e preconcetti, formula umane «ipotesi», anela e attende, si affligge e si acquieta. La ricerca è ora fonte di accorati e sofferti interrogativi ora conquista spirituale, ora impellenza di forma, anelito d’assoluto, ora vivificante presenza, luce e consolazione.  Nel porsi domande su Dio, Leotta riflette sull’uomo, sul senso stesso dell’esistenza e sulla tensione infinita e incolmabile verso l’eterno, e lo fa con «un registro linguistico, stilistico e metrico in apparenza semplice ma non ingenuo, che accorda le voci e le cadenze del parlato quotidiano a un’intonazione biblico-sapienziale» (Raboni). La distanza, la lontananza, il silenzio di Dio intimidiscono e fanno paura («ma è duro amare al buio», Amare al buio) ma non scoraggiano. Basterebbe poter cogliere anche «un istante di luce» e «passare al di là, oltre la pietra/ dove il cuore sanguina ancora» (Oltre la pietra). Ma la «lotta all’ultimo sangue», l’inseguimento, in cui i ruoli sembrano confondersi e ribaltarsi, non si arresta dinanzi alle difficoltà, dinanzi ai silenzi e all’apparente indifferenza di Dio alle sofferenze umane. Occorre coraggio, «perché solo dagli audaci/ Lui si lascia rapire» (Adesso) e il premio sta forse nella fede che alimenta la ricerca: «di me tutto puoi dire/ tranne che non Ti ho cercato»(Dichiarazione). Ma l’«attesa» non è vana. Il cuore, gratificato da un «segno», trova a tratti «riposo». E allora anche la notte, che prima era «un macigno sul cuore» (Opacità), «antica nemica» (L’antica nemica), diviene «propiziatrice di miti colloqui», e il silenzio può essere goduto in pace come avviene tra innamorati (Segno). Di Dio si impara ad apprezzare la dimensione dell’ascolto (L’ombra); al poeta, invece, «parlare tacendo» non è concesso. Le sue restano «parole umane» che tentano di colmare la distanza (Dal trono); oppure resta la via della finzione: «e così non parlo a Dio,/ converso con uno che sento mio,/ che come me accasciato/ espia il suo peccato» (Finzione), e l’anelito a «essere almeno parte del disegno». L’imbarazzo e la difficoltà a definire l’Inconoscibile non spezzano la speranza che la parola «si faccia carne e sangue» e riesca ad esprimere «le verità che la ragione ignora». La ricerca si svolge solo apparentemente in modo lineare e progressivo: infatti l’«Utopia», nel senso etimologico di «Non-Luogo»,  apre e chiude il corpus alimentando nuovamente il ciclo dell’attesa e del riposo. «Chi può dire qualcosa di Dio…»? si chiede Leotta verso la fine (Il poema non scritto). In fondo il poeta, che nella sua finitezza parla di Dio – l’Incommensurabile –  non è altro che l’uomo che interroga se stesso e si misura di fronte all’infinito.

Saverio Vasta. Recensione de “Il roveto ardente” di Vincenzo Leotta.

•marzo 9, 2010 • Lascia un commento

Quattordici anni dopo Pittogrammi Vincenzo Leotta, poeta e saggista barcellonese, torna a pubblicare poesia, e lo fa vincendo la ritrosia nel dare alle stampe «un’opera in cui mi metto a nudo come uomo e come credente». Nel solco della poesia religiosa, che solo nell’ultima metà del Novecento annovera nomi come Rebora, Betocchi, Testori e l’ultimo Cattafi, Il roveto ardente, edito da Viennepierre Edizioni (Milano),  raccoglie le poesie composte da dicembre 1998 alla fine di marzo 2003. Preceduto dalla prefazione di Giovanni Raboni, «l’ultimo dono, il più caro e toccante, dell’indimenticabile amico», Il roveto ardente è  un poema umano in cui la tensione verso l’Assoluto non si concede alla pura contemplazione ma si fa «lotta all’ultimo sangue», dialogo ora interrotto ora ristabilito, attesa di «segni», dolore nella constatazione del silenzio di Dio di fronte alla sofferenza, in particolare quella inflitta alle creature più deboli e indifese («Mistero di nequizia, cecità/ demente (umana? solo umana? / l’oltraggio d’innocenti che la storia/ ignora o finge…»), ma anche propensione a cogliere la presenza del divino nel silenzio, quando esso si fa «assoluto padrone della mente».  Se l’ultima ipotesi su Dio chiude la prima sezione, intitolata Dell’attesa, con l’accettazione del limite umano alla comprensione dell’ Eterno, la seconda (…E del riposo)  si apre con una dichiarazione di fede: «il cuore non ragiona, si fida/ si fida semplicemente e si abbandona/ al torrente di luce che l’inonda». L’anima ora si acquieta ma il poeta si confronta ancora con i limiti della parola di fronte all’Assoluto. «Accetta il poema non scritto/ sulle tue meraviglie: chi può dire/ qualcosa di Dio…».

Pubblicata su Centonove a marzo 2009

“Lo spergiuro del gallo” di Saverio Vasta. Nota di commento di Lucio Zinna

•marzo 4, 2010 • Lascia un commento

Lucio Zinna

Ho ricevuto qualche giorno fa questo gradito commento del poeta e saggista siciliano Lucio Zinna sul mio libro “Lo spergiuro del gallo”:

«Ho letto subito il Suo libro apprezzandone l’essenzialità del verso (a volte ermetizzante) e la sua capacità di incidenza. Essenzialità che non è solo formale, ma precipuamente sostanziale – concettuale, direi – se, nell’operazione di ‘lettura’ del reale, è posta peculiare attenzione ad elementi, a loro volta, essenziali: l’acqua, la terra – e “l’odore della terra –, l’aria (e la nuvola e il “profumo del vento”), il fuoco etc. Ma il vero senso del libro consiste nella ricerca di un punto di luce nella complessa e fuorviante realtà odierna».  Lucio Zinna

Lo spergiuro del gallo. Recensione di Domenico Mostaccio da Literary

•dicembre 21, 2009 • Lascia un commento

La poesia di Saverio Vasta si coglie alla stregua di una rappresentazione olistica ove si compenetrano i tratti di un umanesimo mai esasperato con la compartecipazione ai più variegati destini del mondo, coniugando, lieve di malinconia, il richiamo salvaguardante di tradizioni ormai sfinite con la messa in guardia dal progressismo omologante.

Lontano dalle convenzioni di una qualsivoglia religione rivelata «Il bacio degli ulivi | lo spergiuro del gallo | il grumoso catino | Giuda Pietro Pilato | statemi al largo | sgusciatemi via» (“Tentazioni“, p.15) Vasta incide i suoi versi di una religiosità senza idoli «Interrogo quest’anima | sul mistero celeste» (“La mia ombra“, p.16), religiosità che assume su di sè l’annuncio, ormai del tutto dispiegatosi nella sua mortificante manifestazione, della “Morte di Dio”. Vi si interroga, così, il vuoto spalancatosi nelle sembianze di “mistero celeste”, interrogazione fremente che re-clama una risposta che è sempre da venire, traducendosi in un domandare perpetuo che riafferma costantemente se stesso nella sottrazione di una risposta impossibile.

Si coglie, così, a fasi, l’annichilente richiamo del baratro, sferzato dal vento gelido della ragione, ancorandosi, pur tuttavia, al limite dello svanimento, ad un senso da rinvenire in una scala valoriale da re-inventare su fondamenta ad oggi assenti: «Di tanto in tanto assaggio | la vertigine del baratro | la mediana del piede | ben al di là del margine. | E’ allora che m’aggrappo | alla ferrosa àncora del senso» (“In bilico“, p.18). Qual è il senso, laddove i valori supremi si sono del tutto svalutati, spalancandosi un onnicomprensivo vuoto valoriale, se non l’assunzione re-clamante del nulla su cui provare a costruire, proprio in bilico, consci della fugacità connaturata all’esistenza, l’impossibile senso? Vasta non ha facile risposte, rinviene nel proprio versificare i tratti di un domandare sempre reale, mai pleonastico di senso, indicativo di direzioni variegate, ma pur sempre lucido nel suo re-clamare-analizzando, come quando, a suggellare l’essere transeunte dell’esser-ci, coniuga l’eracliteo “panta rei” del divenire con l’oraziano “carpe diem” caricato d’ansia d’intervento a raccogliere brandelli di senso: «Stanca aspettare | se mentre si aspetta | passano le cose senza ritorno» (“Il giorno è fuori“, p.25).

Sente, così, Vasta il “senso” unico delle stigmate della temporalità sull’universo, ma in primis su di sè, strappo ultimo da realizzare già inscritto all’inizio del proprio andare: «Me ne sto ultima pagina | d’un quaderno squadernato» (“Sfida“, p.38), inserendo il proprio “progetto” difficoltoso di giovane uomo, specchio di un innumerevole difficoltoso progettare generazionale, entro lo spazio angusto ed angosciante dei propri tempi malati: «E’ un respiro affannoso questo tempo | scorbutica attesa | vertiginoso stallo» (“Stallo“, p.47).

Vane allora tutte le “illusioni” «E si pianse sui propri sogni | senza lagrime» (“Guerra“, p.52), laddove anche l’amore, l’illusione fra tutte senza pari, si ripropone costantemente come dolore da consolare, contraltare alla fugacissima gioia della costruzione dello stesso «Eppure copiosa e fervida | altra materia si dispone | a nuovi indelebili graffi» (“Musa“, p.31), ci si può abbandonare all’afasia di quel dire che tra-duce tradendolo ogni possibile senso, come lascia chiaramente intuire il testo-sigillo della silloge “Lo spergiuro del gallo” di Saverio Vasta: «E venne la stagione del silenzio | l’inverno volò via come un baleno | inchiodando in levare l’avambraccio | svuotando d’inchiostro la penna» (“La stagione del silenzio“, p.63)?

Il braccio s’alzi in pugno ancora contro le ingiustizie del mondo e la penna traduca in segni latori di senso ricercato il sentire-di-sè-nel-mondo, salvaguardando di certo il sacro spazio del silenzio, oasi rara d’armonia possibile nel disastro assordante dell’esistenza, ma urlando di sè-nel mondo laddove l’omologa guittezza s’impone sempre più come sigillo dei tempi. Anche le parole di Saverio Vasta con penna carica di novello inchiostro costituiranno ancora argine al declino imperante.

Domenico Mostaccio

Lo spergiuro del gallo. Recensione di Elena Toscano su Ufficio Spettacoli

•dicembre 21, 2009 • Lascia un commento

Raramente capita di leggere qualcosa come Lo spergiuro del gallo, raccolta di poesie composte tra il 2003 ed il 2007 da Saverio Vasta, nostro collaboratore, e pubblicate recentissimamente dalla Maremmi Editore di Firenze. Le 49 brevissime composizioni di Saverio sono belle. In alcune di esse si respira la Sicilia, “corrotta di sabbia… arsa e brulla” (Questa terra), con cui Saverio mantiene un legame profondo. In altre, senza nessun cedimento a vezzi biografici, si intravedono ricordi infantili, umori, sensazioni. Tutte espressioni di una poetica basata su un profondo senso di incertezza, sulla coscienza amara della caducità della vita e del “respiro affannoso” del tempo (Stallo), sulla solitudine e sulla carenza di rapporti umani, su un’intima sofferenza che diviene un vizio assurdo (di pavesiana memoria). La poesia è solo il frammento di un discorso che parte dalla realtà, per riapprodarvi dopo un paziente labor limae che elimina tutto ciò che è direttamente riferito ad una contingenza. Saverio ha letto Pavese, ha apprezzato Montale, ha digerito Ungaretti e Saba, ha sentito profondamente Cattafi. Ne risultano poesie brevi la cui forza non si basa solo sull’uso della figura retorica, che non sconfinano nell’ermetismo talmente ermetico da non significare nulla, ma vivono di sostantivi, verbi, ritmi e suoni trasportando il lettore in riflessioni spesso spigolose, e suscitando, in chi la poesia riesce davvero a sentirla, ricordi forse anche non piacevoli. Una poesia, che come un papavero “invisibile grullo clownesco/svetta, il sangue alla testa,/oltre la siepe d’ossa” (Papavero), dimostra che anche nel deserto del nostro tempo c’è ancora una voce che ha la forza di gridare qualcosa. Lo spergiuro del gallo è reperibile su ordinazione presso tutte le librerie, ma se volete saperne di più date un’occhiata a lospergiurodelgallo.wordpress.com.

di Elena Toscano

Poesia: Intervista a Saverio Vasta di Alessandro Amedeo

•dicembre 13, 2009 • Lascia un commento

Dal portale Messin.it aprile 2009

Messinese di nascita, 31 anni all’anagrafe, un presente da giornalista e un futuro potenziale da poeta, citato da Salvatore Ferlita della Repubblica di Palermo tra i talenti più promettenti della poesia di oggi in Sicilia. Si tratta dell’autore de Lo spergiuro del gallo, una raccolta di liriche scritte tra il 2004 e il 2007 e pubblicate dalla MEF – L’Autore Libri Firenze nel 2008. Eccolo qui, Saverio Vasta. Cosa è cambiato per te dalla pubblicazione de Lo spergiuro del gallo? Risponderti che non è cambiato nulla non sarebbe onesto. Pubblicare un libro significa consegnare al lettore una propria creatura. Un figlio che hai partorito, svezzato, pasciuto e che decidi di lasciare che vada incontro al suo destino. Per un “genitore” non è un momento che si vive con leggerezza. Ma i libri sono fatti per essere pubblicati come i figli, quelli in carne e ossa, sono fatti per vivere nel mondo, non per essere tenuti segregati in casa. Quali autori hanno maggiormente influenzato la tua formazione? Non si tratta solo di poeti. Non voglio farti degli elenchi. Vado all’osso e cito Cesare Pavese e Bartolo Cattafi. Ecco, parliamo un pò di Cattafi. Ti fa piacere, o ti pesa, essere definito un “erede” del tuo illustre concittadino? I grandi non lasciano pesanti eredità ma spalancano orizzonti. In questo senso, tutti gli scrittori che sono venuti dopo Cattafi e lo hanno letto, conosciuto, amato, sono suoi eredi. Gli devo l’amore per la poesia, i primi consapevoli segni d’inchiostro sulla carta. Gli devo l’insegnamento che si può fare poesia senza compromessi di stile o di bon ton, soltanto con il proprio talento e con lo studio. Talento e studio. A proposito, si dice che tutti, da adolescenti, scrivano poesie. Cosa consigli a chi vorrebbe renderlo più che un semplice hobby? L’unico consiglio che mi permetto di dare è quello di leggere, leggere molto. Serve ad acquisire consapevolezza critica, a distinguere tra diario sentimentale, sfogo interiore e poesia, a trovare un proprio stile. Credo poi che si debba capire, a un certo punto del proprio percorso, se scrivere sia davvero una necessità. E quindi affidarsi alle persone “giuste”, e per giuste intendo competenti, oneste e disinteressate. Mettiti nei panni di un editore. Se dovessi individuare dei giovani autori della zona a tuo avviso dotati di talento e pronti ad emergere, che nomi mi faresti? Ci sono tanti giovani scrittori nella nostra provincia. E tantissime pubblicazioni ogni anno. Alcuni sono molto bravi. Ti segnalo, tra i poeti barcellonesi, Isidoro Aiello, Giulia Fasolo, Andrea Italiano e Domenico Mostaccio, che hanno già pubblicato qualche libro molto interessante. Un’ultima domanda. Si può vivere di poesia nel 2009? Di poesia, è ovvio, non si vive. La poesia non si vende, le case editrici lo sanno e non investono su autori giovani. Esistono però milioni di italiani che scrivono poesie e sperano di pubblicare un giorno un proprio libro. E questo rende più difficile l’emersione dei veri talenti. I milioni di poeti infatti il più delle volte non acquistano neppure un libro di poesia all’anno, per cui il mercato è praticamente bloccato. Poi occorre essere davvero bravi e fortunati. Ma la poesia è necessaria per chi la fa, perché è una condizione di esistenza. La poesia può essere un dono prezioso anche per chi la ama, la legge e la porta con sé. Perché come ogni altra forma d’arte può non lasciare indifferente, può nutrire le coscienze e lo spirito, può far diventare uomini migliori. Vasta cura anche un interessante blog letterario con cui ha promosso il suo libro: www.lospergiurodelgallo.wordpress.com. Le 72 pagine della sua poesia sono disponibili su ordinazione in tutte le librerie italiane, nelle principali librerie online e a Messina da Bonanzinga, al Puck di Milazzo e, ovviamente, in tutte le librerie della sua città, Barcellona. “Lo spergiuro del gallo”, S.Vasta, 72 p., L’Autore Libri Firenze 2008

Epicentro. L’arte contemporanea su mattonella. Nino Abbate e un sogno divenuto realtà. Da tutelare. di Saverio Vasta

•novembre 15, 2009 • Lascia un commento
abbate e oratorio pozzo di gotto 006

Nino Abbate in una stanza di "Epicentro" a Gala

Si conclude oggi la XVI Esposizione nazionale d’arte “Artisti per Epicentro”. Quarantacinque nuove opere, di alcuni dei maggiori protagonisti dell’arte contemporanea dal dopoguerra a oggi, hanno arricchito il prestigioso patrimonio d’arte del Museo di Gala. “Epicentro” è oggi una galleria di 900 mattonelle d’autore, pezzi unici che ricostruiscono un itinerario storico dell’arte italiana dagli anni Quaranta ai nostri giorni. Il merito è della passione e della lungimiranza di Nino Abbate, l’artista di Gala che le ha collezionate nell’arco di 15 anni. «Questo posto – dice Abbate – era destinato a ospitare il mio studio. Cominciai nel ’94 con gli artisti della provincia. Oggi ci sono sei stanze con le pareti piene di opere. “Epicentro” è ormai una realtà conosciuta e stimata a livello nazionale. Gli artisti accettano volentieri di offrire il loro contributo gratuito, sapendo che qui sono esposte opere di autori di fama internazionale, che hanno fatto la storia dell’arte degli ultimi 60 anni». Su mattonelle quadrate in cotto non trattato, fornite dall’ideatore del museo, ogni artista ha lasciato la traccia della propria ispirazione del momento, servendosi di tecniche diverse, dalla pittura al collage, alla fotografia. Ma un rammarico Abbate ce l’ha: «Potrei organizzare eventi importanti. Diversi artisti mi hanno proposto di fare teatro d’avanguardia. Molti sarebbero venuti anche gratis. Ma senza il sostegno delle amministrazioni e degli imprenditori cittadini, dovrei addossarmi le spese di vitto e alloggio. Purtroppo c’è poca attenzione per questa realtà. In 16 anni di attività non ho avuto quasi niente. L’importanza di  “Epicentro” si comprenderà tra 20-30 anni». Abbate possiede anche 500 volumi d’arte, cui bisogna trovare una dignitosa collocazione, e una ricca documentazione epistolare. Di recente ha ultimato un libro che racconta la storia di “Epicentro”, con una prefazione di Milena Milani e Vittorio Fagone, e ha realizzato 18 opere, tra sculture e pitture, che saranno esposte al momento della presentazione. «In questo libro non c’è soltanto la storia del museo, ma anche un pezzo di storia dell’arte del nostro paese». Anche in questo caso, però, occorre reperire i fondi per la pubblicazione.

Mostra di Giuseppe Milone da oggi all’Oasi di Barcellona. Di Saverio Vasta

•novembre 8, 2009 • Lascia un commento
vastafoto giuseppe milone accanto al dipinto raffigurante la casa natia

Giuseppe Milone accanto al dipinto raffigurante la sua casa natia

Una vita a dipingere i paesaggi della sua terra: le colline di Cannistrà, San Paolo, Protonotaro, il promontorio del Tindari, la spiaggia di Marchesana. E, su tutto, gli ulivi nodosi e secolari «simbolo della vita che si trasforma e si rigenera» e i ruderi della città vecchia (la casa nativa, il ponte ferroviario di Bartolella, ora scomparso), memorie di un tempo andato, che la pittura sottrae all’oblio. Reduce da una importante affermazione alla Biennale di Venezia, dove ha ottenuto il prestigioso Premio internazionale “I due mori” con il quadro “Siccità e vita”,  meritando inviti alle esposizioni internazionali di New York e Istanbul, Giuseppe Milone, 63 anni, barcellonese, inaugura oggi la sua personale di pittura presso la Sala Vetri “Oasi” di Barcellona. Cresciuto in quel fertile humus artistico e culturale che era la villa di Cannistrà del maestro Nino Leotti, frequentata abitualmente da Giuseppe Migneco e Renato Guttuso, Milone mostrò fin da piccolo la propensione per il disegno e per la pittura. A nove anni dipinse il primo quadro, e Leotti, sorpreso per il talento del giovane, decise di seguirlo e sostenerlo. «Quando Leotti partì per Roma – ricorda Milone – mi affidò a Totuccio De Pasquale, che mi indicò la scuola del maestro Salvatore Crinò presso la Società Operaia. La frequentai per nove anni, mentre imparavo il mestiere di macellaio. Compiuto il servizio militare tornai a Barcellona, e avviai la mia attività. Ma ho sempre dipinto, anche di notte. Esponevo i miei lavori perfino in macelleria, e così vendevo carne e quadri. Il lavoro mi serviva per portare in giro la mia pittura». Paesaggista meticoloso, innamorato della natura e delle infinite varietà del verde, Milone continua a dipingere, ma segue anche alcuni giovani che vogliono apprendere l’arte della pittura. «Insegno loro ad amare e a studiare la natura. E dico sempre che l’arte è emozione. Chi osserva un quadro deve penetrarvi dentro, altrimenti l’opera resta un brandello di tela colorata». All’Oasi, da oggi al 22 novembre, espone 26 opere, la maggior parte delle quali realizzate negli ultimi 5 anni. «I miei quadri sono in tutto il mondo. Mi piace pensare che noi siciliani non esportiamo solo malaffare, ma anche, attraverso l’arte, i paesaggi, i colori, la luce della nostra terra».

 
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