«Il mio incontro con la poesia di Bartolo Cattafi non è avvenuto ai tempi del Liceo. È noto che a scuola non sempre si riesce a fare la conoscenza dei poeti e degli scrittori delle generazioni più vicine alla nostra. Si arriva a stento a studiare Ungaretti, Saba e Montale. Per chi sente un interesse vivo, un trasporto per la poesia, non resta che costruirsi dei propri percorsi di ricerca, di lettura, di studio, di approfondimento. L’incontro con Cattafi si colloca proprio nel vivo di questo cammino di appassionata ricerca. Intorno alla fine degli anni Novanta avevo già iniziato a spaziare tra i poeti del Novecento, approfondendo quelli che ritenevo più stimolanti: Montale, Sereni, Caproni, Pavese, Pasolini, Luzi fino ai più recenti, tra cui Insana e Magrelli. Personalità poetiche alquanto dissimili, ma ciò non sorprende perché gli stimoli culturali non sono mai univoci. Leggevo, appuntavo impressioni e riflessioni, rileggevo. E intanto con molto pudore avevo già iniziato a imbrattare la carta di cose mie, recuperando una disposizione alla scrittura di versi che avevo avuto da bambino e poi perso per anni. Ogni occasione può essere buona, in questo percorso libero e incondizionato, per fare incontri importanti. Nel mio caso fu straordinariamente feconda l’occasione di un convegno dedicato a Bartolo Cattafi che si svolse all’Università di Messina. E non solo perché i relatori entrarono davvero nel vivo dell’opera e dell’“officina” cattafiana, tanto da stimolare particolarmente l’approfondimento e la lettura dell’autore (c’era tra questi Vincenzo Leotta che di Cattafi fu amico ed è forse il maggiore conoscitore), ma soprattutto perché quei testi nudi sulla carta, che leggevo allora per la prima volta, esercitarono in me un fascino particolare, non facilmente definibile né spiegabile: il mistero della poesia che incontra l’animo umano evidenziando straordinarie consonanze. La poesia di Cattafi mi sconvolse. Volli saperne di più. Iniziai a leggere con voracità, senza un ordine preciso, anzi, in ordine sparso: come un’ape che sugge là dove trova il fiore che possa darle nutrimento. Solo più tardi ho ripreso Cattafi cercando di farne una lettura diacronica, di individuarne uno sviluppo, di collocarla cronologicamente. Mi sono chiesto più volte, in seguito, dove risiedesse questo fascino particolare. E forse la risposta sta nella sua particolare personalità poetica, nel suo essere al contempo eccentrico e imprevedibile eppure significativamente legato a una realtà riconoscibile che fa sempre da gancio per le metaforizzazioni e le trasfigurazioni tipiche dell’inventiva cattafiana: oggetti concreti, luoghi, atmosfere, contrasti timbrici e tonali, paesaggi esterni, ma anche stati d’animo, paesaggi interni altrettanto condivisi. Materia che si conosce al punto da poterne fare astrazione o trasmutazione. Questa radice la sento comune.Leggere Cattafi significa anche verificare come la poesia si sottragga – almeno nei casi migliori e più illustri – alle etichette, alle facili definizioni o riduzioni. E infatti l’opera di Cattafi sfugge a un’analisi che voglia ricostruirne una linea di sviluppo, perché le trame della sua poesia si intrecciano continuamente spiazzando chi volesse tracciarne un profilo preciso. Cattafi è un purosangue della poesia. Le sue intuizioni immaginifiche mai straripano dalla carta. Ondeggiano piuttosto in bilico spiazzando con guizzi sorprendenti, sempre, però, all’interno di una forma, a volte di un “congegno” pressoché perfetto. Leggere Cattafi significa quindi accettare la sfida, entrare nel congegno. In principio si viene accolti con dolcezza, quasi invitati a entrare. Poi, d’un tratto, una mossa improvvisa. La prospettiva si ribalta, il senso resta per un attimo in bilico. Il capovolgimento intrappola il lettore e il trauma innesca la sorpresa, l’estasi e poi la riflessione o la scoperta, a volte amara. È il caso di “Un trenta agosto”:
Si vide subito che si metteva bene:
eventi macroscopici nessuno,
il sole ad un passo da settembre
diede la prima razione
alle isole di fronte,
il mare mandò lampi di freschezza,
il caldo soltanto fra tre ore,
un immenso celeste, ancora un giorno
per l’uva e gli altri frutti di stagione,
tra i pochi rumori di paese
l’ossigeno sibilando disse
di non farcela più con quel suo cuore.
Di primo mattino la morte di mia madre.
L’opera di Cattafi è viva, parla alle nostre menti, ai nostri cuori. Perché Cattafi è un poeta senza tempo. Non lo vediamo mai impegnato a commentare o a rincorrere gli eventi. Non vuole essere il poeta dell’attualità. E ciò preserva la sua poesia dalla consunzione del tempo e della cronaca. Eppure Cattafi è anche un poeta attuale, se pensiamo a certe ossessioni che sono quelle dell’uomo contemporaneo: l’ansia di certezze, il bisogno di andare al cuore delle cose, all’osso, all’anima, al punto di convergenza delle molteplici linee di senso della vita, senza tuttavia trovare pace (“L’osso”):
Avanti, sputa l’osso:
pulito, lucente, levigato,
senza frange di polpa,
l’immagine del vero,
ammettendo che in questo
unico osso avulso dal contesto
allignino chiariti, concentrati,
quesiti fin troppo capitali.
Credo che tu non possa
farcela; saresti
cenere nella fossa,
anima da qualche parte.
E poi il senso di corrosione, di morte, di vuoto, il bilancio negativo tra materia e nulla, anche qui non enunciato esplicitamente, ma affidato a un congegno che se possibile ne amplifica la drammaticità (“Il resto manca”):
Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone di un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.
Certamente vivere l’esperienza dell’incontro e della frequentazione della poesia di Cattafi non può lasciare indifferente. È, la sua, una scrittura che lascia tracce. Mi pare però necessaria una premessa: Cattafi, per talento e sensibilità poetica è un poeta universale; per il suo particolare percorso poetico si caratterizza d’altra parte come un poeta eccentrico, isolato, perfino individualista. Allora non possono esistere epigoni di Cattafi, perché sarebbero soltanto delle imitazioni, magari ben fatte, ma pur sempre imitazioni. E un poeta come Cattafi – sfuggente, imprevedibile – si può amare ma non imitare. Ogni poeta disegna le proprie traiettorie di stile e di poetica e invita il lettore e il critico a confrontarsi principalmente con il proprio universo poetico. Certamente si tratta di un’operazione complessa, ma forse meno scontata, più stimolante e produttiva. Esistono però allievi di Cattafi. Perché dai geni si impara a volte di più che dai capiscuola o dai maestri di professione. Anche per me è stato così. Non tanto, ovviamente, per quanto riguarda la poetica, quanto nel percorso che mi ha portato a formulare uno stile che fosse congeniale a ciò che avevo da esprimere. Cattafi mi ha aiutato, assieme ad altri, proprio nella fase in cui inizia a delinearsi lo stile di scrittura, a liberarmi da schemi convenzionali e a evitare, magari, quelle ingenuità scolastiche che sono tipiche delle esperienze poetiche agli esordi. Mi ha consentito quindi di trovare, con maggiore sicurezza e senza troppe deviazioni di percorso, una forma mia nella quale potessi ritrovarmi a pieno. Una forma caratterizzata da una pronunciata densità espressiva e brevità. Ma anche una forma che si fa invito per il lettore a penetrare il congegno della scrittura. Anche laddove i miei versi sembrano sentenziosi, come avviene spesso in chiusura di componimento, essi lasciano un margine ampio di rideterminazione, offrendosi al lettore “aperti” e invogliandolo a una rilettura. Lo scopo è condividere l’impegno di comprensione del testo, perché i versi, come il “gesto” di una poesia di Cattafi, non passino senza lasciare traccia, non lascino indifferenti (“Gesto”):
Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso
tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suo peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.
Per questo affido i miei versi a un lettore che accetti la sfida di penetrare nel testo con la naturalezza di un “gesto”, sperando però che l’operazione abbia “il suo peso”, e tutto non sia proprio “come prima”».
Saverio Vasta
(12 marzo 2009 Sala lezioni Ute Barcellona P.G.)
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