Lo spergiuro del gallo. Recensione di Domenico Mostaccio da Literary

•dicembre 21, 2009 • Lascia un commento

La poesia di Saverio Vasta si coglie alla stregua di una rappresentazione olistica ove si compenetrano i tratti di un umanesimo mai esasperato con la compartecipazione ai più variegati destini del mondo, coniugando, lieve di malinconia, il richiamo salvaguardante di tradizioni ormai sfinite con la messa in guardia dal progressismo omologante.

Lontano dalle convenzioni di una qualsivoglia religione rivelata «Il bacio degli ulivi | lo spergiuro del gallo | il grumoso catino | Giuda Pietro Pilato | statemi al largo | sgusciatemi via» (“Tentazioni“, p.15) Vasta incide i suoi versi di una religiosità senza idoli «Interrogo quest’anima | sul mistero celeste» (“La mia ombra“, p.16), religiosità che assume su di sè l’annuncio, ormai del tutto dispiegatosi nella sua mortificante manifestazione, della “Morte di Dio”. Vi si interroga, così, il vuoto spalancatosi nelle sembianze di “mistero celeste”, interrogazione fremente che re-clama una risposta che è sempre da venire, traducendosi in un domandare perpetuo che riafferma costantemente se stesso nella sottrazione di una risposta impossibile.

Si coglie, così, a fasi, l’annichilente richiamo del baratro, sferzato dal vento gelido della ragione, ancorandosi, pur tuttavia, al limite dello svanimento, ad un senso da rinvenire in una scala valoriale da re-inventare su fondamenta ad oggi assenti: «Di tanto in tanto assaggio | la vertigine del baratro | la mediana del piede | ben al di là del margine. | E’ allora che m’aggrappo | alla ferrosa àncora del senso» (“In bilico“, p.18). Qual è il senso, laddove i valori supremi si sono del tutto svalutati, spalancandosi un onnicomprensivo vuoto valoriale, se non l’assunzione re-clamante del nulla su cui provare a costruire, proprio in bilico, consci della fugacità connaturata all’esistenza, l’impossibile senso? Vasta non ha facile risposte, rinviene nel proprio versificare i tratti di un domandare sempre reale, mai pleonastico di senso, indicativo di direzioni variegate, ma pur sempre lucido nel suo re-clamare-analizzando, come quando, a suggellare l’essere transeunte dell’esser-ci, coniuga l’eracliteo “panta rei” del divenire con l’oraziano “carpe diem” caricato d’ansia d’intervento a raccogliere brandelli di senso: «Stanca aspettare | se mentre si aspetta | passano le cose senza ritorno» (“Il giorno è fuori“, p.25).

Sente, così, Vasta il “senso” unico delle stigmate della temporalità sull’universo, ma in primis su di sè, strappo ultimo da realizzare già inscritto all’inizio del proprio andare: «Me ne sto ultima pagina | d’un quaderno squadernato» (“Sfida“, p.38), inserendo il proprio “progetto” difficoltoso di giovane uomo, specchio di un innumerevole difficoltoso progettare generazionale, entro lo spazio angusto ed angosciante dei propri tempi malati: «E’ un respiro affannoso questo tempo | scorbutica attesa | vertiginoso stallo» (“Stallo“, p.47).

Vane allora tutte le “illusioni” «E si pianse sui propri sogni | senza lagrime» (“Guerra“, p.52), laddove anche l’amore, l’illusione fra tutte senza pari, si ripropone costantemente come dolore da consolare, contraltare alla fugacissima gioia della costruzione dello stesso «Eppure copiosa e fervida | altra materia si dispone | a nuovi indelebili graffi» (“Musa“, p.31), ci si può abbandonare all’afasia di quel dire che tra-duce tradendolo ogni possibile senso, come lascia chiaramente intuire il testo-sigillo della silloge “Lo spergiuro del gallo” di Saverio Vasta: «E venne la stagione del silenzio | l’inverno volò via come un baleno | inchiodando in levare l’avambraccio | svuotando d’inchiostro la penna» (“La stagione del silenzio“, p.63)?

Il braccio s’alzi in pugno ancora contro le ingiustizie del mondo e la penna traduca in segni latori di senso ricercato il sentire-di-sè-nel-mondo, salvaguardando di certo il sacro spazio del silenzio, oasi rara d’armonia possibile nel disastro assordante dell’esistenza, ma urlando di sè-nel mondo laddove l’omologa guittezza s’impone sempre più come sigillo dei tempi. Anche le parole di Saverio Vasta con penna carica di novello inchiostro costituiranno ancora argine al declino imperante.

Domenico Mostaccio

Lo spergiuro del gallo. Recensione di Elena Toscano su Ufficio Spettacoli

•dicembre 21, 2009 • Lascia un commento

Raramente capita di leggere qualcosa come Lo spergiuro del gallo, raccolta di poesie composte tra il 2003 ed il 2007 da Saverio Vasta, nostro collaboratore, e pubblicate recentissimamente dalla Maremmi Editore di Firenze. Le 49 brevissime composizioni di Saverio sono belle. In alcune di esse si respira la Sicilia, “corrotta di sabbia… arsa e brulla” (Questa terra), con cui Saverio mantiene un legame profondo. In altre, senza nessun cedimento a vezzi biografici, si intravedono ricordi infantili, umori, sensazioni. Tutte espressioni di una poetica basata su un profondo senso di incertezza, sulla coscienza amara della caducità della vita e del “respiro affannoso” del tempo (Stallo), sulla solitudine e sulla carenza di rapporti umani, su un’intima sofferenza che diviene un vizio assurdo (di pavesiana memoria). La poesia è solo il frammento di un discorso che parte dalla realtà, per riapprodarvi dopo un paziente labor limae che elimina tutto ciò che è direttamente riferito ad una contingenza. Saverio ha letto Pavese, ha apprezzato Montale, ha digerito Ungaretti e Saba, ha sentito profondamente Cattafi. Ne risultano poesie brevi la cui forza non si basa solo sull’uso della figura retorica, che non sconfinano nell’ermetismo talmente ermetico da non significare nulla, ma vivono di sostantivi, verbi, ritmi e suoni trasportando il lettore in riflessioni spesso spigolose, e suscitando, in chi la poesia riesce davvero a sentirla, ricordi forse anche non piacevoli. Una poesia, che come un papavero “invisibile grullo clownesco/svetta, il sangue alla testa,/oltre la siepe d’ossa” (Papavero), dimostra che anche nel deserto del nostro tempo c’è ancora una voce che ha la forza di gridare qualcosa. Lo spergiuro del gallo è reperibile su ordinazione presso tutte le librerie, ma se volete saperne di più date un’occhiata a lospergiurodelgallo.wordpress.com.

di Elena Toscano

Poesia: Intervista a Saverio Vasta di Alessandro Amedeo

•dicembre 13, 2009 • Lascia un commento

Dal portale Messin.it aprile 2009

Messinese di nascita, 31 anni all’anagrafe, un presente da giornalista e un futuro potenziale da poeta, citato da Salvatore Ferlita della Repubblica di Palermo tra i talenti più promettenti della poesia di oggi in Sicilia. Si tratta dell’autore de Lo spergiuro del gallo, una raccolta di liriche scritte tra il 2004 e il 2007 e pubblicate dalla MEF – L’Autore Libri Firenze nel 2008. Eccolo qui, Saverio Vasta. Cosa è cambiato per te dalla pubblicazione de Lo spergiuro del gallo? Risponderti che non è cambiato nulla non sarebbe onesto. Pubblicare un libro significa consegnare al lettore una propria creatura. Un figlio che hai partorito, svezzato, pasciuto e che decidi di lasciare che vada incontro al suo destino. Per un “genitore” non è un momento che si vive con leggerezza. Ma i libri sono fatti per essere pubblicati come i figli, quelli in carne e ossa, sono fatti per vivere nel mondo, non per essere tenuti segregati in casa. Quali autori hanno maggiormente influenzato la tua formazione? Non si tratta solo di poeti. Non voglio farti degli elenchi. Vado all’osso e cito Cesare Pavese e Bartolo Cattafi. Ecco, parliamo un pò di Cattafi. Ti fa piacere, o ti pesa, essere definito un “erede” del tuo illustre concittadino? I grandi non lasciano pesanti eredità ma spalancano orizzonti. In questo senso, tutti gli scrittori che sono venuti dopo Cattafi e lo hanno letto, conosciuto, amato, sono suoi eredi. Gli devo l’amore per la poesia, i primi consapevoli segni d’inchiostro sulla carta. Gli devo l’insegnamento che si può fare poesia senza compromessi di stile o di bon ton, soltanto con il proprio talento e con lo studio. Talento e studio. A proposito, si dice che tutti, da adolescenti, scrivano poesie. Cosa consigli a chi vorrebbe renderlo più che un semplice hobby? L’unico consiglio che mi permetto di dare è quello di leggere, leggere molto. Serve ad acquisire consapevolezza critica, a distinguere tra diario sentimentale, sfogo interiore e poesia, a trovare un proprio stile. Credo poi che si debba capire, a un certo punto del proprio percorso, se scrivere sia davvero una necessità. E quindi affidarsi alle persone “giuste”, e per giuste intendo competenti, oneste e disinteressate. Mettiti nei panni di un editore. Se dovessi individuare dei giovani autori della zona a tuo avviso dotati di talento e pronti ad emergere, che nomi mi faresti? Ci sono tanti giovani scrittori nella nostra provincia. E tantissime pubblicazioni ogni anno. Alcuni sono molto bravi. Ti segnalo, tra i poeti barcellonesi, Isidoro Aiello, Giulia Fasolo, Andrea Italiano e Domenico Mostaccio, che hanno già pubblicato qualche libro molto interessante. Un’ultima domanda. Si può vivere di poesia nel 2009? Di poesia, è ovvio, non si vive. La poesia non si vende, le case editrici lo sanno e non investono su autori giovani. Esistono però milioni di italiani che scrivono poesie e sperano di pubblicare un giorno un proprio libro. E questo rende più difficile l’emersione dei veri talenti. I milioni di poeti infatti il più delle volte non acquistano neppure un libro di poesia all’anno, per cui il mercato è praticamente bloccato. Poi occorre essere davvero bravi e fortunati. Ma la poesia è necessaria per chi la fa, perché è una condizione di esistenza. La poesia può essere un dono prezioso anche per chi la ama, la legge e la porta con sé. Perché come ogni altra forma d’arte può non lasciare indifferente, può nutrire le coscienze e lo spirito, può far diventare uomini migliori. Vasta cura anche un interessante blog letterario con cui ha promosso il suo libro: www.lospergiurodelgallo.wordpress.com. Le 72 pagine della sua poesia sono disponibili su ordinazione in tutte le librerie italiane, nelle principali librerie online e a Messina da Bonanzinga, al Puck di Milazzo e, ovviamente, in tutte le librerie della sua città, Barcellona. “Lo spergiuro del gallo”, S.Vasta, 72 p., L’Autore Libri Firenze 2008

Epicentro. L’arte contemporanea su mattonella. Nino Abbate e un sogno divenuto realtà. Da tutelare. di Saverio Vasta

•novembre 15, 2009 • Lascia un commento
abbate e oratorio pozzo di gotto 006

Nino Abbate in una stanza di "Epicentro" a Gala

Si conclude oggi la XVI Esposizione nazionale d’arte “Artisti per Epicentro”. Quarantacinque nuove opere, di alcuni dei maggiori protagonisti dell’arte contemporanea dal dopoguerra a oggi, hanno arricchito il prestigioso patrimonio d’arte del Museo di Gala. “Epicentro” è oggi una galleria di 900 mattonelle d’autore, pezzi unici che ricostruiscono un itinerario storico dell’arte italiana dagli anni Quaranta ai nostri giorni. Il merito è della passione e della lungimiranza di Nino Abbate, l’artista di Gala che le ha collezionate nell’arco di 15 anni. «Questo posto – dice Abbate – era destinato a ospitare il mio studio. Cominciai nel ’94 con gli artisti della provincia. Oggi ci sono sei stanze con le pareti piene di opere. “Epicentro” è ormai una realtà conosciuta e stimata a livello nazionale. Gli artisti accettano volentieri di offrire il loro contributo gratuito, sapendo che qui sono esposte opere di autori di fama internazionale, che hanno fatto la storia dell’arte degli ultimi 60 anni». Su mattonelle quadrate in cotto non trattato, fornite dall’ideatore del museo, ogni artista ha lasciato la traccia della propria ispirazione del momento, servendosi di tecniche diverse, dalla pittura al collage, alla fotografia. Ma un rammarico Abbate ce l’ha: «Potrei organizzare eventi importanti. Diversi artisti mi hanno proposto di fare teatro d’avanguardia. Molti sarebbero venuti anche gratis. Ma senza il sostegno delle amministrazioni e degli imprenditori cittadini, dovrei addossarmi le spese di vitto e alloggio. Purtroppo c’è poca attenzione per questa realtà. In 16 anni di attività non ho avuto quasi niente. L’importanza di  “Epicentro” si comprenderà tra 20-30 anni». Abbate possiede anche 500 volumi d’arte, cui bisogna trovare una dignitosa collocazione, e una ricca documentazione epistolare. Di recente ha ultimato un libro che racconta la storia di “Epicentro”, con una prefazione di Milena Milani e Vittorio Fagone, e ha realizzato 18 opere, tra sculture e pitture, che saranno esposte al momento della presentazione. «In questo libro non c’è soltanto la storia del museo, ma anche un pezzo di storia dell’arte del nostro paese». Anche in questo caso, però, occorre reperire i fondi per la pubblicazione.

Mostra di Giuseppe Milone da oggi all’Oasi di Barcellona. Di Saverio Vasta

•novembre 8, 2009 • Lascia un commento
vastafoto giuseppe milone accanto al dipinto raffigurante la casa natia

Giuseppe Milone accanto al dipinto raffigurante la sua casa natia

Una vita a dipingere i paesaggi della sua terra: le colline di Cannistrà, San Paolo, Protonotaro, il promontorio del Tindari, la spiaggia di Marchesana. E, su tutto, gli ulivi nodosi e secolari «simbolo della vita che si trasforma e si rigenera» e i ruderi della città vecchia (la casa nativa, il ponte ferroviario di Bartolella, ora scomparso), memorie di un tempo andato, che la pittura sottrae all’oblio. Reduce da una importante affermazione alla Biennale di Venezia, dove ha ottenuto il prestigioso Premio internazionale “I due mori” con il quadro “Siccità e vita”,  meritando inviti alle esposizioni internazionali di New York e Istanbul, Giuseppe Milone, 63 anni, barcellonese, inaugura oggi la sua personale di pittura presso la Sala Vetri “Oasi” di Barcellona. Cresciuto in quel fertile humus artistico e culturale che era la villa di Cannistrà del maestro Nino Leotti, frequentata abitualmente da Giuseppe Migneco e Renato Guttuso, Milone mostrò fin da piccolo la propensione per il disegno e per la pittura. A nove anni dipinse il primo quadro, e Leotti, sorpreso per il talento del giovane, decise di seguirlo e sostenerlo. «Quando Leotti partì per Roma – ricorda Milone – mi affidò a Totuccio De Pasquale, che mi indicò la scuola del maestro Salvatore Crinò presso la Società Operaia. La frequentai per nove anni, mentre imparavo il mestiere di macellaio. Compiuto il servizio militare tornai a Barcellona, e avviai la mia attività. Ma ho sempre dipinto, anche di notte. Esponevo i miei lavori perfino in macelleria, e così vendevo carne e quadri. Il lavoro mi serviva per portare in giro la mia pittura». Paesaggista meticoloso, innamorato della natura e delle infinite varietà del verde, Milone continua a dipingere, ma segue anche alcuni giovani che vogliono apprendere l’arte della pittura. «Insegno loro ad amare e a studiare la natura. E dico sempre che l’arte è emozione. Chi osserva un quadro deve penetrarvi dentro, altrimenti l’opera resta un brandello di tela colorata». All’Oasi, da oggi al 22 novembre, espone 26 opere, la maggior parte delle quali realizzate negli ultimi 5 anni. «I miei quadri sono in tutto il mondo. Mi piace pensare che noi siciliani non esportiamo solo malaffare, ma anche, attraverso l’arte, i paesaggi, i colori, la luce della nostra terra».

Rivivere e fermare in tempo con Santo Valenti. Di Saverio Vasta

•novembre 8, 2009 • Lascia un commento
vastafoto don santo valenti con una sua scultura

Santo Valenti con una sua scultura

Bisogna osservarlo lavorare nella sua bottega o semplicemente stare ad ascoltarlo mentre narra di sé e della sua storia di vita. Che poi è quella che solo i nostri vecchi custodiscono ancora, nutrendola quotidianamente di ricordi, con devozione, orgoglio e tenerezza. Ha 85 anni, Santo Valenti, un artigiano e un uomo d’altri tempi, che del suo mestiere di scultore e intagliatore, ormai quasi scomparso, ha fatto un’arte e un motivo di vita. Un patrimonio vivo, il suo, fatto di esperienze personali e insieme storiche: la guerra, la lotta per la sopravvivenza, le passioni sacrificate ma mai del tutto represse. E poi un repertorio popolare brillantemente sciorinato con una spontaneità tutt’altro che ingenua. Con gli anni non ha perso l’indole tenace e volitiva né l’entusiasmo, Santo Valenti. Che si racconta in occasione dell’inaugurazione della mostra organizzata dalla Pro Loco “Manganaro” e dall’associazione “Genius Loci” nei locali dell’Oasi di San Sebastiano. «Iniziai a disegnare a sei anni – dice – e a 12 realizzai la prima scultura, intagliando su legno un albero di fico. Poi venne la guerra. Avevo 19 anni. Dovetti interrompere gli studi magistrali e per quattro anni fui lontano da casa. Quando rientrai a Barcellona era il ’46. Volevo riprendere a scolpire, ma la necessità mi costrinse ad affiancare i miei due fratelli, che facevano gli ebanisti. Erano tempi duri e la scultura non pagava. Ma io ho sempre continuato a scolpire perché è questa la mia passione». Ma don Santo è anche un ottimo cuoco e un musicista per diletto. Appassionato di fisarmonica ricorda «i tempi delle serenate suonate sotto le finestre delle fidanzate» e i momenti di aggregazione con gli amici. Custode della “vara dei falegnami”, ogni anno si occupa dello schizzo per l’assemblaggio dei pezzi: «Dopo la processione, dobbiamo smontare la vara per farla entrare nel magazzino dov’è custodita. L’anno successivo deve quindi essere ricomposta, e nel ridisegnarla mi invento sempre qualche novità». E tutti, quando passa “Il crocefisso”,  riconoscono “la vara di don Santo”. Che ha realizzato anche le vare per le statue dei Santi patroni portati in processione a Malfa, Bafia, Protonotaro e Calderà. Oltre a sculture, intarsi e intagli, don Santo realizza anche mobili, in particolare portoni, consolle, tolette, comodini e sedie. Un saggio della sua arte si è apprezzato all’Oasi. Ma conoscerlo è un’esperienza indimenticabile.

Nino Famà. La stanza segreta

•giugno 23, 2009 • Lascia un commento

Una mia recensione del libro di Famà, pubblicata nel 2004 su Centonove. La potete leggere qui.

Lo spergiuro del gallo. Recensione di Emilio Isgrò

•giugno 10, 2009 • Lascia un commento

Parlare di un poeta concittadino (concittadino di una città relativamente piccola) è sempre difficile. E tanto più bravo è il poeta in questione, tanto più la lettura dei suoi versi si fa inquietante, poiché tu vedi le “cose”  che già conosci assieme alle “parole” che senti per la prima volta, ed è naturale chiedersi se prevalgano le une o le altre. Se il noto, insomma, prevalga sull’ignoto o viceversa. Domanda obbligatoria per chi legge poesia ed è ancora disposto a stupirsi.

Devo dire che questo non mi succede davanti all’opera prima di Saverio Vasta, Lo spergiuro del gallo (L’Autore Libri Firenze), dove già il titolo pietrino (“Prima che il gallo canti…”) dichiara subito che il nostro poeta è pronto a rinnegare l’esistenza delle parole (del Verbo se vogliamo proseguire in chiave evangelica) pur di non tradire un rapporto con il mondo reale che si sostanzia in lampi e circostanze di vita ben definiti e netti.

Senonché Saverio sa usare le parole con grazia e determinazione, e il verbo, nel suo caso, ha la potenza delle cose terrene capaci di resistere alla precarietà di un’esistenza, quella di un uomo giovane, ancora tutta da scrivere.

Saverio non rinnega niente di se stesso e del suo mondo, neppure quando un’accorta “oggettivazione lirica” lo induce a distaccarsi educatamente da sé per acchiappare l’universo e avvolgerlo in una rete di parole tutte essenziali, tutte necessarie.

Si prenda la poesia Sartoria. Non fosse per la bella, fresca dedica giovanile (“a mio nonno Saverio per i suoi 95 anni”), noi non sospetteremmo nemmeno di quanto autobiografismo circoli in questi versi, essendo ogni affettività parentale attutita e offuscata dalla chiave che alle quattro del mattino gira nella toppa, dal “gesso consunto sopra il banco”, dal braciere che dà tepore alla stanza di un vecchio sarto siciliano infreddolito, mentre si consuma “al calare della vista / la sua rivincita col mondo / la sua conquista incoronata di rosa”.

Versi che la dicono lunga sulla capacità di Vasta di padroneggiare i suoi strumenti espressivi con efficacia e vigore, come quando, preso dalla “vertigine del baratro” va “bel al di là del margine” per aggrapparsi “alla ferrosa àncora del senso”, cioè alla vita nel suo scorrere sordo, inesorabile.

Se la vita esiste, tuttavia, anche il suo peso, anche “la gravità è un inganno / per finire la corsa / senza recriminazioni”. Un dubbio esistenziale che viene ampiamente appagato da una ricerca poetica sulla quale Saverio non ha voglia di spergiurare: non perché essa lo consoli, ma perché gli dice in ogni momento dove si trova e dove può correre, impedendogli di sbandare.

Vincenzo Leotta, poeta in proprio e critico finissimo, sottolinea giustamente nella sua bella, calda prefazione come un certo Cattafi (anche lui un concittadino…) entri con la massima naturalezza nel paesaggio mentale di Vasta. Il che rende ancora più vero, e certo più credibile, un esordio poetico tanto discreto quanto promettente.

Emilio Isgrò

Lo spergiuro del gallo. Intervista di Alessandro Amedeo su Messin.it

•aprile 2, 2009 • Lascia un commento

Sul giornale web Messin.it è uscita oggi un’ intervista di Alessandro Amedeo al sottoscritto. Chi volesse leggerla può visitare questa pagina.

L’intervento di Saverio Vasta in occasione del “Ricordo di Bartolo Cattafi”

•marzo 29, 2009 • 1 commento

«Il mio incontro con la poesia di Bartolo Cattafi non è avvenuto ai tempi del Liceo. È noto che a scuola non sempre si riesce a fare la conoscenza dei poeti e degli scrittori delle generazioni più vicine alla nostra. Si arriva a stento a studiare Ungaretti, Saba e Montale. Per chi sente un interesse vivo, un trasporto per la poesia, non resta che costruirsi dei propri percorsi di ricerca, di lettura, di studio, di approfondimento. L’incontro con Cattafi si colloca proprio nel vivo di questo cammino di appassionata ricerca. Intorno alla fine degli anni Novanta avevo già iniziato a spaziare tra i poeti del Novecento, approfondendo quelli che ritenevo più stimolanti: Montale, Sereni, Caproni, Pavese, Pasolini, Luzi fino ai più recenti, tra cui Insana e Magrelli. Personalità poetiche alquanto dissimili, ma ciò non sorprende perché gli stimoli culturali non sono mai univoci. Leggevo, appuntavo impressioni e riflessioni, rileggevo. E intanto con molto pudore avevo già iniziato a imbrattare la carta di cose mie, recuperando una disposizione alla scrittura di versi che avevo avuto da bambino e poi perso per anni. Ogni occasione può essere buona, in questo percorso libero e incondizionato, per fare incontri importanti. Nel mio caso fu straordinariamente feconda l’occasione di un convegno dedicato a Bartolo Cattafi che si svolse all’Università di Messina. E non solo perché i relatori entrarono davvero nel vivo dell’opera e dell’“officina” cattafiana, tanto da stimolare particolarmente l’approfondimento e la lettura dell’autore (c’era tra questi Vincenzo Leotta che di Cattafi fu amico ed è forse il maggiore conoscitore), ma soprattutto perché quei testi nudi sulla carta, che leggevo allora per la prima volta, esercitarono in me un fascino particolare, non facilmente definibile né spiegabile: il mistero della poesia che incontra l’animo umano evidenziando straordinarie consonanze. La poesia di Cattafi mi sconvolse. Volli saperne di più. Iniziai a leggere con voracità, senza un ordine preciso, anzi, in ordine sparso: come un’ape che sugge là dove trova il fiore che possa darle nutrimento. Solo più tardi ho ripreso Cattafi cercando di farne una lettura diacronica, di individuarne uno sviluppo, di collocarla cronologicamente. Mi sono chiesto più volte, in seguito, dove risiedesse questo fascino particolare. E forse la risposta sta nella sua particolare personalità poetica, nel suo essere al contempo eccentrico e imprevedibile eppure significativamente legato a una realtà riconoscibile che fa sempre da gancio per le metaforizzazioni e le trasfigurazioni tipiche dell’inventiva cattafiana: oggetti concreti, luoghi, atmosfere, contrasti timbrici e tonali, paesaggi esterni, ma anche stati d’animo, paesaggi interni altrettanto condivisi. Materia che si conosce al punto da poterne fare astrazione o trasmutazione. Questa radice la sento comune.Leggere Cattafi significa anche verificare come la poesia si sottragga – almeno nei casi migliori e più illustri – alle etichette, alle facili definizioni o riduzioni. E infatti l’opera di Cattafi sfugge a un’analisi che voglia ricostruirne una linea di sviluppo, perché le trame della sua poesia si intrecciano continuamente spiazzando chi volesse tracciarne un profilo preciso. Cattafi è un purosangue della poesia. Le sue intuizioni immaginifiche mai straripano dalla carta. Ondeggiano piuttosto in bilico spiazzando con guizzi sorprendenti, sempre, però, all’interno di una forma, a volte di un “congegno” pressoché perfetto. Leggere Cattafi significa quindi accettare la sfida, entrare nel congegno. In principio si viene accolti con dolcezza, quasi invitati a entrare. Poi, d’un tratto, una mossa improvvisa. La prospettiva si ribalta, il senso resta per un attimo in bilico. Il capovolgimento intrappola il lettore e il trauma innesca la sorpresa, l’estasi e poi la riflessione o la scoperta, a volte amara. È il caso di “Un trenta agosto”:

Si vide subito che si metteva bene:

eventi macroscopici nessuno,

il sole ad un passo da settembre

diede la prima razione

alle isole di fronte,

il mare mandò lampi di freschezza,

il caldo soltanto fra tre ore,

un immenso celeste, ancora un giorno

per l’uva e gli altri frutti di stagione,

tra i pochi rumori di paese

l’ossigeno sibilando disse

di non farcela più con quel suo cuore.

Di primo mattino la morte di mia madre.

L’opera di Cattafi è viva, parla alle nostre menti, ai nostri cuori. Perché Cattafi è un poeta senza tempo. Non lo vediamo mai impegnato a commentare o a rincorrere gli eventi. Non vuole essere il poeta dell’attualità. E ciò preserva la sua poesia dalla consunzione del tempo e della cronaca. Eppure Cattafi è anche un poeta attuale, se pensiamo a certe ossessioni che sono quelle dell’uomo contemporaneo: l’ansia di certezze, il bisogno di andare al cuore delle cose, all’osso, all’anima, al punto di convergenza delle molteplici linee di senso della vita, senza tuttavia trovare pace (“L’osso”):

Avanti, sputa l’osso:

pulito, lucente, levigato,

senza frange di polpa,

l’immagine del vero,

ammettendo che in questo

unico osso avulso dal contesto

allignino chiariti, concentrati,

quesiti fin troppo capitali.

Credo che tu non possa

farcela; saresti

cenere nella fossa,

anima da qualche parte.

E poi il senso di corrosione, di morte, di vuoto, il bilancio negativo tra materia e nulla, anche qui non enunciato esplicitamente, ma affidato a un congegno che se possibile ne amplifica la drammaticità (“Il resto manca”):

Mancavano pagine

il marmo dell’epigrafe

era scheggiato

due sole parole

cetera desunt

il resto mancante

mancanti la testa e i piedi

e tutto il resto mancante

che testa e piedi divide

cetera desunt… cetera desunt…

parole sul frontone di un tempio vuoto

vorticanti col vento come per dirci

solo noi ci siamo

tutto il resto manca

era questo che non sapevate.

Certamente vivere l’esperienza dell’incontro e della frequentazione della poesia di Cattafi non può lasciare indifferente. È, la sua, una scrittura che lascia tracce. Mi pare però necessaria una premessa: Cattafi, per talento e sensibilità poetica è un poeta universale; per il suo particolare percorso poetico si caratterizza d’altra parte come un poeta eccentrico, isolato, perfino individualista. Allora non possono esistere epigoni di Cattafi, perché sarebbero soltanto delle imitazioni, magari ben fatte, ma pur sempre imitazioni. E un poeta come Cattafi – sfuggente, imprevedibile – si può amare ma non imitare. Ogni poeta disegna le proprie traiettorie di stile e di poetica e invita il lettore e il critico a confrontarsi principalmente con il proprio universo poetico. Certamente si tratta di un’operazione complessa, ma forse meno scontata, più stimolante e produttiva. Esistono però allievi di Cattafi. Perché dai geni si impara a volte di più che dai capiscuola o dai maestri di professione. Anche per me è stato così. Non tanto, ovviamente, per quanto riguarda la poetica, quanto nel percorso che mi ha portato a formulare uno stile che fosse congeniale a ciò che avevo da esprimere. Cattafi mi ha aiutato, assieme ad altri, proprio nella fase in cui inizia a delinearsi lo stile di scrittura, a liberarmi da schemi convenzionali e a evitare, magari, quelle ingenuità scolastiche che sono tipiche delle esperienze poetiche agli esordi. Mi ha consentito quindi di trovare, con maggiore sicurezza e senza troppe deviazioni di percorso, una forma mia nella quale potessi ritrovarmi a pieno. Una forma caratterizzata da una pronunciata densità espressiva e brevità. Ma anche una forma che si fa invito per il lettore a penetrare il congegno della scrittura. Anche laddove i miei versi sembrano sentenziosi, come avviene spesso in chiusura di componimento, essi lasciano un margine ampio di rideterminazione, offrendosi al lettore “aperti” e invogliandolo a una rilettura. Lo scopo è condividere l’impegno di comprensione del testo, perché i versi, come il “gesto” di una poesia di Cattafi, non passino senza lasciare traccia, non lascino indifferenti (“Gesto”):

Non è vero che non successe nulla

quando tirasti fuori la mano dalla tasca

e a braccio teso tagliasti l’aria

da sinistra a destra

dall’alto verso il basso

successe che a braccio teso

tagliasti l’aria

e ciò ebbe il suo peso

l’aria non è più come prima

è tagliata.

Per questo affido i miei versi a un lettore che accetti la sfida di penetrare nel testo con la naturalezza di un “gesto”, sperando però che l’operazione abbia “il suo peso”, e tutto non sia proprio “come prima”».

Saverio Vasta

(12 marzo 2009 Sala lezioni Ute Barcellona P.G.)