Una mia recensione del libro di Famà, pubblicata nel 2004 su Centonove. La potete leggere qui.
Lo spergiuro del gallo. Recensione di Emilio Isgrò
•Giugno 10, 2009 • Lascia un CommentoParlare di un poeta concittadino (concittadino di una città relativamente piccola) è sempre difficile. E tanto più bravo è il poeta in questione, tanto più la lettura dei suoi versi si fa inquietante, poiché tu vedi le “cose” che già conosci assieme alle “parole” che senti per la prima volta, ed è naturale chiedersi se prevalgano le une o le altre. Se il noto, insomma, prevalga sull’ignoto o viceversa. Domanda obbligatoria per chi legge poesia ed è ancora disposto a stupirsi.
Devo dire che questo non mi succede davanti all’opera prima di Saverio Vasta, Lo spergiuro del gallo (L’Autore Libri Firenze), dove già il titolo pietrino (“Prima che il gallo canti…”) dichiara subito che il nostro poeta è pronto a rinnegare l’esistenza delle parole (del Verbo se vogliamo proseguire in chiave evangelica) pur di non tradire un rapporto con il mondo reale che si sostanzia in lampi e circostanze di vita ben definiti e netti.
Senonché Saverio sa usare le parole con grazia e determinazione, e il verbo, nel suo caso, ha la potenza delle cose terrene capaci di resistere alla precarietà di un’esistenza, quella di un uomo giovane, ancora tutta da scrivere.
Saverio non rinnega niente di se stesso e del suo mondo, neppure quando un’accorta “oggettivazione lirica” lo induce a distaccarsi educatamente da sé per acchiappare l’universo e avvolgerlo in una rete di parole tutte essenziali, tutte necessarie.
Si prenda la poesia Sartoria. Non fosse per la bella, fresca dedica giovanile (“a mio nonno Saverio per i suoi 95 anni”), noi non sospetteremmo nemmeno di quanto autobiografismo circoli in questi versi, essendo ogni affettività parentale attutita e offuscata dalla chiave che alle quattro del mattino gira nella toppa, dal “gesso consunto sopra il banco”, dal braciere che dà tepore alla stanza di un vecchio sarto siciliano infreddolito, mentre si consuma “al calare della vista / la sua rivincita col mondo / la sua conquista incoronata di rosa”.
Versi che la dicono lunga sulla capacità di Vasta di padroneggiare i suoi strumenti espressivi con efficacia e vigore, come quando, preso dalla “vertigine del baratro” va “bel al di là del margine” per aggrapparsi “alla ferrosa àncora del senso”, cioè alla vita nel suo scorrere sordo, inesorabile.
Se la vita esiste, tuttavia, anche il suo peso, anche “la gravità è un inganno / per finire la corsa / senza recriminazioni”. Un dubbio esistenziale che viene ampiamente appagato da una ricerca poetica sulla quale Saverio non ha voglia di spergiurare: non perché essa lo consoli, ma perché gli dice in ogni momento dove si trova e dove può correre, impedendogli di sbandare.
Vincenzo Leotta, poeta in proprio e critico finissimo, sottolinea giustamente nella sua bella, calda prefazione come un certo Cattafi (anche lui un concittadino…) entri con la massima naturalezza nel paesaggio mentale di Vasta. Il che rende ancora più vero, e certo più credibile, un esordio poetico tanto discreto quanto promettente.
Emilio Isgrò
Lo spergiuro del gallo. Intervista di Alessandro Amedeo su Messin.it
•Aprile 2, 2009 • Lascia un CommentoL’intervento di Saverio Vasta in occasione del “Ricordo di Bartolo Cattafi”
•Marzo 29, 2009 • 1 Commento«Il mio incontro con la poesia di Bartolo Cattafi non è avvenuto ai tempi del Liceo. È noto che a scuola non sempre si riesce a fare la conoscenza dei poeti e degli scrittori delle generazioni più vicine alla nostra. Si arriva a stento a studiare Ungaretti, Saba e Montale. Per chi sente un interesse vivo, un trasporto per la poesia, non resta che costruirsi dei propri percorsi di ricerca, di lettura, di studio, di approfondimento. L’incontro con Cattafi si colloca proprio nel vivo di questo cammino di appassionata ricerca. Intorno alla fine degli anni Novanta avevo già iniziato a spaziare tra i poeti del Novecento, approfondendo quelli che ritenevo più stimolanti: Montale, Sereni, Caproni, Pavese, Pasolini, Luzi fino ai più recenti, tra cui Insana e Magrelli. Personalità poetiche alquanto dissimili, ma ciò non sorprende perché gli stimoli culturali non sono mai univoci. Leggevo, appuntavo impressioni e riflessioni, rileggevo. E intanto con molto pudore avevo già iniziato a imbrattare la carta di cose mie, recuperando una disposizione alla scrittura di versi che avevo avuto da bambino e poi perso per anni. Ogni occasione può essere buona, in questo percorso libero e incondizionato, per fare incontri importanti. Nel mio caso fu straordinariamente feconda l’occasione di un convegno dedicato a Bartolo Cattafi che si svolse all’Università di Messina. E non solo perché i relatori entrarono davvero nel vivo dell’opera e dell’“officina” cattafiana, tanto da stimolare particolarmente l’approfondimento e la lettura dell’autore (c’era tra questi Vincenzo Leotta che di Cattafi fu amico ed è forse il maggiore conoscitore), ma soprattutto perché quei testi nudi sulla carta, che leggevo allora per la prima volta, esercitarono in me un fascino particolare, non facilmente definibile né spiegabile: il mistero della poesia che incontra l’animo umano evidenziando straordinarie consonanze. La poesia di Cattafi mi sconvolse. Volli saperne di più. Iniziai a leggere con voracità, senza un ordine preciso, anzi, in ordine sparso: come un’ape che sugge là dove trova il fiore che possa darle nutrimento. Solo più tardi ho ripreso Cattafi cercando di farne una lettura diacronica, di individuarne uno sviluppo, di collocarla cronologicamente. Mi sono chiesto più volte, in seguito, dove risiedesse questo fascino particolare. E forse la risposta sta nella sua particolare personalità poetica, nel suo essere al contempo eccentrico e imprevedibile eppure significativamente legato a una realtà riconoscibile che fa sempre da gancio per le metaforizzazioni e le trasfigurazioni tipiche dell’inventiva cattafiana: oggetti concreti, luoghi, atmosfere, contrasti timbrici e tonali, paesaggi esterni, ma anche stati d’animo, paesaggi interni altrettanto condivisi. Materia che si conosce al punto da poterne fare astrazione o trasmutazione. Questa radice la sento comune.Leggere Cattafi significa anche verificare come la poesia si sottragga – almeno nei casi migliori e più illustri – alle etichette, alle facili definizioni o riduzioni. E infatti l’opera di Cattafi sfugge a un’analisi che voglia ricostruirne una linea di sviluppo, perché le trame della sua poesia si intrecciano continuamente spiazzando chi volesse tracciarne un profilo preciso. Cattafi è un purosangue della poesia. Le sue intuizioni immaginifiche mai straripano dalla carta. Ondeggiano piuttosto in bilico spiazzando con guizzi sorprendenti, sempre, però, all’interno di una forma, a volte di un “congegno” pressoché perfetto. Leggere Cattafi significa quindi accettare la sfida, entrare nel congegno. In principio si viene accolti con dolcezza, quasi invitati a entrare. Poi, d’un tratto, una mossa improvvisa. La prospettiva si ribalta, il senso resta per un attimo in bilico. Il capovolgimento intrappola il lettore e il trauma innesca la sorpresa, l’estasi e poi la riflessione o la scoperta, a volte amara. È il caso di “Un trenta agosto”:
Si vide subito che si metteva bene:
eventi macroscopici nessuno,
il sole ad un passo da settembre
diede la prima razione
alle isole di fronte,
il mare mandò lampi di freschezza,
il caldo soltanto fra tre ore,
un immenso celeste, ancora un giorno
per l’uva e gli altri frutti di stagione,
tra i pochi rumori di paese
l’ossigeno sibilando disse
di non farcela più con quel suo cuore.
Di primo mattino la morte di mia madre.
L’opera di Cattafi è viva, parla alle nostre menti, ai nostri cuori. Perché Cattafi è un poeta senza tempo. Non lo vediamo mai impegnato a commentare o a rincorrere gli eventi. Non vuole essere il poeta dell’attualità. E ciò preserva la sua poesia dalla consunzione del tempo e della cronaca. Eppure Cattafi è anche un poeta attuale, se pensiamo a certe ossessioni che sono quelle dell’uomo contemporaneo: l’ansia di certezze, il bisogno di andare al cuore delle cose, all’osso, all’anima, al punto di convergenza delle molteplici linee di senso della vita, senza tuttavia trovare pace (“L’osso”):
Avanti, sputa l’osso:
pulito, lucente, levigato,
senza frange di polpa,
l’immagine del vero,
ammettendo che in questo
unico osso avulso dal contesto
allignino chiariti, concentrati,
quesiti fin troppo capitali.
Credo che tu non possa
farcela; saresti
cenere nella fossa,
anima da qualche parte.
E poi il senso di corrosione, di morte, di vuoto, il bilancio negativo tra materia e nulla, anche qui non enunciato esplicitamente, ma affidato a un congegno che se possibile ne amplifica la drammaticità (“Il resto manca”):
Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone di un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.
Certamente vivere l’esperienza dell’incontro e della frequentazione della poesia di Cattafi non può lasciare indifferente. È, la sua, una scrittura che lascia tracce. Mi pare però necessaria una premessa: Cattafi, per talento e sensibilità poetica è un poeta universale; per il suo particolare percorso poetico si caratterizza d’altra parte come un poeta eccentrico, isolato, perfino individualista. Allora non possono esistere epigoni di Cattafi, perché sarebbero soltanto delle imitazioni, magari ben fatte, ma pur sempre imitazioni. E un poeta come Cattafi – sfuggente, imprevedibile – si può amare ma non imitare. Ogni poeta disegna le proprie traiettorie di stile e di poetica e invita il lettore e il critico a confrontarsi principalmente con il proprio universo poetico. Certamente si tratta di un’operazione complessa, ma forse meno scontata, più stimolante e produttiva. Esistono però allievi di Cattafi. Perché dai geni si impara a volte di più che dai capiscuola o dai maestri di professione. Anche per me è stato così. Non tanto, ovviamente, per quanto riguarda la poetica, quanto nel percorso che mi ha portato a formulare uno stile che fosse congeniale a ciò che avevo da esprimere. Cattafi mi ha aiutato, assieme ad altri, proprio nella fase in cui inizia a delinearsi lo stile di scrittura, a liberarmi da schemi convenzionali e a evitare, magari, quelle ingenuità scolastiche che sono tipiche delle esperienze poetiche agli esordi. Mi ha consentito quindi di trovare, con maggiore sicurezza e senza troppe deviazioni di percorso, una forma mia nella quale potessi ritrovarmi a pieno. Una forma caratterizzata da una pronunciata densità espressiva e brevità. Ma anche una forma che si fa invito per il lettore a penetrare il congegno della scrittura. Anche laddove i miei versi sembrano sentenziosi, come avviene spesso in chiusura di componimento, essi lasciano un margine ampio di rideterminazione, offrendosi al lettore “aperti” e invogliandolo a una rilettura. Lo scopo è condividere l’impegno di comprensione del testo, perché i versi, come il “gesto” di una poesia di Cattafi, non passino senza lasciare traccia, non lascino indifferenti (“Gesto”):
Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso
tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suo peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.
Per questo affido i miei versi a un lettore che accetti la sfida di penetrare nel testo con la naturalezza di un “gesto”, sperando però che l’operazione abbia “il suo peso”, e tutto non sia proprio “come prima”».
Saverio Vasta
(12 marzo 2009 Sala lezioni Ute Barcellona P.G.)
Lo spergiuro del gallo. Recensione di Domenico Cara
•Marzo 28, 2009 • Lascia un CommentoRicevo e pubblico:
Saverio Vasta: Lo spergiuro del gallo, pp. 65, L’Autore Libri Firenze, Scandicci (FI) 2008.
Nell’atmosfera adulta o potenziale della contemporaneità, questi versi sono segnati da una visualizzazione irsuta di scrittura riflessiva. I codici linguistici sono sparsi e spersi in uno spettacolo ricorrente di ridefinizioni sulla vita, lo spessore ironico di casi e di categorie emozionali a istanza operativa instabile, la particolare caratterizzazione (e veemenza?) insolita, sentenziale, spezzata. Saverio Vasta si affida a una specie di legame segreto con un’intuizione sociologica, oltre ogni rito o scansione espressiva sommaria. E lo schema dell’origine è il passaggio delle diverse sconnessioni esistenziali, dette per modalità non proprio gentili, né ambivalenti. Ecco infatti una specie di acribia contro il Presente, l’uso del mondo, le svolte senza troppo divenire: “…interrogo quest’anima/ sul mistero celeste/ d’un amo rugginoso/ cui abbocca ogni volta/ la mia ombra in attesa” (da “La mia ombra”, p. 16); “Ho salito a passi smilzi/ l’imbuto capovolto/ roccia possente scolpita all’infinito/ estrema offerta/ ultimo comandamento” (da “Ultimo comandamento”, p. 17); “La coda contraddice il verso/ svelato il segreto dell’assedio” (da “Assedio”, p. 22); “Saturo d’onde e mediatiche sirene/ navighi – Ulisse telematico – / in un salpare insoluto d’approdo” (da “Viaggio”, p. 41). E su un movimento espressivo non edulcorato o armonioso come accade di leggere (e di vedere) al lettore sia pur rarefatto dei nostri anni, indubbiamente gli avvertimenti del dramma riconoscono, più vicini al suo stile, il senso ossessivo della disputa interiore, a volte mista di un senso, sia pur interrotto ed esplicito, dell’epigramma e del contrasto. Nella serie dei medesimi relitti Saverio Vasta impone le proprie interferenze con una magia proditoria, rivestita di rarefazione scrupolosa, e lo stesso ductus sceglie l’itinerario icastico per lottare contro un verso che potrebbe dirsi omologato alle immediate soluzioni di un io pubblico diffuso e senza volto creativo. Così, pur partendo per i suoi modelli di ricerca da “altrove” personali, da evocazioni civili e storiche, religiose di “irrealtà quotidiana” (come direbbe Ottiero Ottieri), riprende fra i vari temi l’immagine della paura e del tradimento dell’apostolo Pietro da cui è derivato il titolo di copertina e, questo, è un istantaneo e solenne indizio di quello che il lettore trova nelle pagine accese di schegge e di grumi non immediatamente commestibili, che incidono sul progress della ri-presa. Ma intanto il poeta (al suo esordio?) configura la scheda di un rien va tutto attuale, insieme alle diverse lacerazioni, non soltanto tematiche, sugli incendi di una protesta contro il suo tempo, che comunque rifiuta quegli estremi “fiori del male” che crescono intorno ai moventi e alle ideologie che egli scruta e rivela, simultaneamente rimossi in più forme. Negli stessi annodi (più conflitto che provocazione, più sogni di polvere che utopie) il libro inalvea una poeticità innovativa e sentenziale che supera di molto quel fragore lezioso, liso e antiquato di una poesia “civile”, i cui esiti diventano ormai un leit-motiv insistentemente ripetitivo e, si sa, la stessa storia non si cura, udite le monotone tonalità. e da tutto ciò che il poeta qui si chiede e traccia nei suoi diversi apici, non è affatto esclusa un’essenziale e guizzante nozione dell’umano che non è del tutto mediterranea, ma concerne gli stimoli dirompenti di un dire molto evoluto. La disquisizione quasi proliferante rifiuta quindi l’elegia e l’ira, ed entra in scena una specie di fuori tempo che è l’età naturale di cui Saverio Vasta si è appropriato, in parte facendo cenno all’epigramma che diventa essenza di favola, in parte razionale fisionomia di se stesso, proprio fingendo di ignorare il proprio destino di uomo e di pubblico poeta.
Domenico Cara
Ricordo di Bartolo Cattafi. Articolo sulla Gazzetta
•Marzo 17, 2009 • Lascia un CommentoRicordo di Cattafi nel segno della “nuova” poesia
•Marzo 13, 2009 • Lascia un Commento
Gino Trapani e a destra Andrea Italiano e Saverio Vasta
Ieri sera ho partecipato a un incontro dedicato a Cattafi, nel trentesimo anniversario della morte. L’iniziativa rientrava nelle attività dell’Ute, l’università della terza età, e in particolare nel corso di lezioni sulla poesia italiana tenuto quest’anno dal prof. Gino Trapani. Per l’occasione, Trapani ha pensato di ricordare Bartolo Cattafi non con una tradizionale “lezione”, ma coinvolgendo nel ricordo di Cattafi alcuni emergenti poeti barcellonesi, chiamati a testimoniare il proprio rapporto con la poesia dell’autore de “L’osso, l’anima”. Con me erano presenti Isidoro Aiello, Andrea Italiano e Domenico Mostaccio. Sono stati inoltre esposti testi, foto, articoli di giornale e altri documenti relativi all’esperienza poetica di Cattafi. Particolarmente toccante è stata la visione di un filmato degli anni Sessanta contenente un’intervista realizzata da Melo Freni per la Rai. Compaiono Cattafi, nella villetta di Mollerino, Raboni, nella circostanza ospite di Cattafi, e Michele Stilo. L’incontro è stato seguito con partecipazione da un folto pubblico. Ho voluto ricordare Cattafi ma anche proporre alcune mie poesie tratte da “Lo spergiuro del gallo”. Ho invitato a riflettere sul fatto che un poeta come Cattafi, eccentrico, sfuggente, imprevedibile, si può amare ma non imitare. Ogni poeta disegna le proprie traiettorie di stile e di poetica e invita il lettore e il critico a confrontarsi principalmente con il suo universo poetico. Certamente si tratta di un’operazione complessa, ma forse più stimolante e produttiva, che consentirebbe di fare un passo avanti, scoprendo ciò che distingue tra di loro le esperienze poetiche piuttosto che ciò che le accomuna, per non restare ancorati a modelli interpretativi giocati in chiave autoreferenziale e retrospettiva.
Ricordo di Bartolo Cattafi
•Marzo 9, 2009 • Lascia un CommentoGiovedì 12 marzo alle 17,00 presso la sala lezioni UTE di via Garibaldi si terrà un incontro dedicato a Bartolo Cattafi nel trentesimo anniversario della morte. L’appuntamento è a cura del prof. Gino Trapani. Sarò presente anch’io per parlare della mia poesia e per testimoniare il mio personale rapporto con l’opera cattafiana. Con me anche Isidoro Aiello, Andrea Italiano e Domenico Mostaccio. Saranno esposti documenti e immagini relativi all’esperienza poetica cattafiana.

Sul settimanale Agorà recensione di Pina Freni su “Lo spergiuro del gallo”
•Marzo 2, 2009 • Lascia un Commento
Su Agorà di questa settimana (numero 9 del 27 febbraio) è uscita una recensione di Pina Freni su “Lo spergiuro del gallo”. Eccola:
Era la fine dell’estate, quando Saverio Vasta è venuto a trovarmi, facendomi dono del suo libro. Ho iniziato subito a leggere le poesie, immergendomi in esse, aiutata anche dal tempo propizio: l’atmosfera cominciava a rarefarsi, la strada si era fatta più silenziosa, e, presa dalla qualità della scrittura, ho letto le poesie con sempre crescente interesse. Si tratta di una silloge in cui poesia e filosofia si intrecciano in perfetta simbiosi.
Il titolo è un verso tratto dal testo che apre la raccolta e che può essere considerato una sorta di manifesto programmatico, non solo della poetica dell’autore, ma anche della sua dimensione umana ed esistenziale. In esso l’autore enuncia il suo impegno a rimanere fedele, fuggendo ogni possibile tentazione o compromesso, a quell’autenticità dell’ Io, a quel bisogno di “senso”, oggi compromessi in una società dominata da falsi miti. Con alcuni pensatori dell’esistenzialismo e soprattutto con G. Marcel, Vasta condivide la caratterizzazione dell’esistenza come impegno a non accettare la situazione umana come destino, ma a ricrearla continuamente dall’interno, e per far questo si serve del linguaggio poetico. La scrittura diventa un atto d’amore, di dedizione, non condizionato da ideologia alcuna, sorretto unicamente dal bisogno di fare della poesia strumento di ricerca della verità. La ricerca della verità non ammette pause né fa sconti, e il poeta questo lo sa. Sa che è imperdonabile ingenuità/ sguarnire la retrovia/ mentre sferri l’attacco, e confessa: ho accudito le tue scale/ non ho perso un gradino; … ho contato la tua eredità/ da fondo a cima. Sa che la parola è inadeguata, soprattutto in una società dominata dai mezzi di comunicazione di massa, in cui il linguaggio si è desertificato, divenendo lingua morta. Con sottile ironia infatti scrive: prendila in castagna/ la lettera tonda/la sillaba spoglia/la parola stagna. Come Vincenzo Leotta ne “Le parole da noi tradite”, anche Saverio Vasta affida alla poesia il compito di ritrovare il senso autentico delle parole, per ridare voce all’oralità e all’ascolto, realizzando quanto, in più di uno scritto, auspica il filosofo Habermas: la fondazione di un dialogo collettivo vero strumento di comunicazione tra gli uomini. Per compiere questa operazione Vasta utilizza, talvolta, termini matematico-geometrici: uno, zero, cerchio, circonferenza, tangente. Simboli, cifre che si rivestono di un sovrasenso ontologico, che ci fanno ripensare ai pitagorici e al neoplatonismo, ma che nello stesso tempo confermano l’attualità della sua poesia: il festival della filosofia tenutosi a Pavia di recente ha avuto come tema il rapporto tra musica, poesia e matematica. La ricerca della verità si fa dunque ricerca di “senso”: è allora che m’aggrappo/ alla ferrosa ancora del senso, si fa meditazione sulla realtà: e interrogo quest’anima/ sul mistero celeste (e il mistero si legge in chiave ontologica) e insieme introspezione, scavo nei meandri più profondi dell’anima: essere in ogni punto/ […] il dritto e il rovescio/ di noi stessi. Arduo è, comunque, il tentativo di definire una realtà in continuo divenire: passano le cose senza ritorno; tutto brucia in fretta, scrive il poeta; la vita è un viaggio spesso a ritroso: è la terra che ci viene dietro, un “nostos” che, come scrive il saggista triestino Claudio Magris, ci spinge sempre “oltre” Itaca: non c’è Appia che torni a Roma (leggiamo nei versi dell’autore), il ritorno è un cerchio che si ricompone/ in una sola mano/ e poi precipita in pulviscolo di punti. Con lucida razionalità Vasta esprime nei suoi versi, in una accezione nicciana, la dimensione tragica dell’esistenza, la consapevolezza della caducità della vita (anche i passeri cadono/ e le foglie), la sofferenza e il dolore (e mi domando se c’è dolore/ che meriti decoro/ e altro cui avanza la sopportazione), la conflittualità dialettica tra la poesia e il poeta (il poeta non dice il vero/ fraintende), senza comunque mai approdare ad una soluzione nichilista, a quel nichilismo di cui è intrisa tanta letteratura contemporanea. Nessuna rinuncia, infatti, nessun cedimento; il poeta trova la forza di continuare ad ordire e scucire la tela di ogni tempo […] per repellere i proci; a salire a passi smilzi l’imbuto capovolto, preferendo, ancora una volta niccianamente, ai verdi pascoli, cioè ad una poesia di connotazione idillica, il vino scabro/ il ditirambo. Il bisogno di cogliere l’essenza più profonda della vita, delle cose, del mondo, si ritrova anche in quelle poesie in cui si rintraccia un riferimento biografico (Sartoria: hanno altre forme/ ferro e fuoco fuori di metafora; Risonero: composto attendi/ il pagano sacramento/ del nostro dolceamaro Natale; Faville di Natale: il tempo piove fuliggine/ l’anima, assorta, balbetta), in quelle in cui ci fa assaporare la bellezza della nostra isola (E l’azzurro ti sprofonda dentro, … e spruzza d’indaco le Eolie/ prima che il buio le accenda/ a forma di spillo), anche se con rabbia ne denuncia l’amara desolazione: è corrotta di sabbia/ questa terra. E ancora in quelle in cui con sofferta malinconia dà voce al malessere esistenziale (e si pianse sui propri) sogni e cosmico (è un respiro affannoso questo tempo). In una società caratterizzata da un continuo processo di eclissi dei valori, di disorientamento collettivo, in cui tanti giovani (dentro il bicchiere occhi appagati/ finestre liquide di questa umanità) si rifugiano nell’alcool o nella droga per sentirsi vivi, il poeta trova nella poesia l’ancora cui aggrapparsi per non precipitare nella vertigine del baratro, sorretto dalla certezza che sempre un papavero […] svetta, il sangue in testa, oltre la siepe d’ossa. Tutta la silloge rivela un’indiscutibile unitarietà tematica e si carica di una forte valenza esistenziale ed etica. Biagio Marin scriveva: “La poesia rappresenta la salvezza della vita, il respiro che la avvolge e la protegge”. E Marina Cvetaeva: “Se il poeta sa ascoltare il battito del suo tempo, (e questo Vasta sicuramente sa farlo), diviene non solo specchio, ma scudo dei suoi anni”. Auguro al nostro giovane poeta che mai la sua penna si svuoti d’inchiostro, e se verrà la “stagione del silenzio”, essa sia solo una pausa dalla quale nascano tante nuove stagioni ricche di frutti.
Lo spergiuro del gallo su La Repubblica. Articolo di Salvatore Ferlita
•Gennaio 26, 2009 • Lascia un CommentoSu La Repubblica di Palermo di martedì 20 gennaio è uscito un articolo di Salvatore Ferlita dal titolo “I poeti di oggi – Pochi talenti nella selva dei rimatori”, una panoramica sui poeti siciliani contemporanei. Ferlita cita anche “Lo spergiuro del gallo”. La pagina web con l’articolo completo si può visualizzare qui.
Ecco invece un estratto:
[…] Accanto all’ Insana, ci sono almeno altri due autori notevolissimi: Basilio Reale, poeta prima quasimodiano e poi, mano a mano, autore di una vera e propria migrazione linguistica, adottando negli anni Sessanta un gergo tecnologico straniante e demistificante, e utilizzando un montaggio quasi cinematografico. Per poi, negli anni Ottanta, cambiare registro, aprirsi a una pronuncia più distesa, e comporre un canzoniere d’ amore, “Travasare il miele” (Mondadori), dalla abbagliante bellezza. Per non dire di Emilio Isgrò, che come la Insana e Reale s’ è trasferito giovanissimo a Milano, praticando la pittura, la scultura e la poesia. E passando dalla poesia visiva e iconica, assieme a Eugenio Miccini e a Lamberto Pignotti, a una pronuncia in versi che nel libro “Oratorio dei ladri” (Mondadori) si fa carico di una disparità funambolica e caleidoscopica di linguaggi, da lasciare quasi atterrito il lettore. è una sperimentazione, quella di Isgrò, che da “L’ età della ginnastica”, passando per “L’ oratorio” per approdare al “Brindisi all’ amico infame”, mai fine a se stessa, ma in grado di esprimere una tensione conoscitiva e a volte anche etica, mescolando empiti di certo surrealismo meridionale con movenze popolaresche e tensioni teatrali. A questi tre grandi autori, se ne affiancano altri degni di una certa attenzione: Vincenzo Leotta, sensibile critico letterario e attento esegeta dell’ opera di Bartolo Cattafi, autore del recentissimo “Il roveto ardente” (viennepierre edizioni), una sorta di canzoniere d’ amore dedicato all’ Assoluto, in uno stile semplice, che richiama certi tratti sapienziali della sacra scrittura, e poi Stefano Lanuzza, fautore di un magma linguistico pirotecnico, come testimoniano raccolte quali “Logosfera” e “La nottola e la talpa”, Isidoro Aiello, giovane poeta, autore di “L’ essenziale” e “Colombe vittoriose”, epigrammatico e essenziale, che ama chiamare le cose col loro nome illuminandole ogni volta di scorcio per rivelarne il lato inatteso e ancora Saverio Vasta, autore del recentissimo “Lo spergiuro del gallo”, cattafiano anch’ egli nel lavoro di scarnificazione della parola […]

